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    Avvenimenti, 21-02-1996

    Inquinamento a Marghera / Il Petrolchimico Montedison

    Quella dose quotidiana di lavoro al veleno

    di Paolo Cacciari

    Il sospetto è strage e omicidio colposo.

    Si contano più' di cinquecento operai intossicati: ottanta sono già morti, gli altri soffrono di cancro e altre gravissime malattie. La causa sarebbe l'esposizione ad elementi chimici pericolosi senza le adeguate protezioni. Il Petrolchimico Montedison di Marghera produce quasi la metà del Pvc italiano, la plastica con cui si fanno le bottiglie. Da parte dell'azienda, tante parole per promuovere la qualità dei suoi processi lavorativi. Ma per anni si è taciuto sull'accertata pericolosità dei prodotti trattati. Come sui malesseri e le morti "sospette" che decimavano gli operai. In nome del ''realismo industriale''. E l'Inail non paga: queste malattie ''non sono professionali'' Cinquecentoquindici intossicati, ottanta dei quali già morti. Gli altri sopravvivono con malattie molto gravi: cancro e altre serissime patologie causate dall'esposizione ad elementi chimici senza adeguata protezione.

    Sospettato di strage ed omicidio colposo a danno dei suoi operai, il Petrolchimico della Montedison di Marghera è da quasi due anni sotto inchiesta da parte della procura di Venezia. Sotto accusa sono le esalazioni del cloruro monomero di vinile (Cvm), prodotto di base per le plastiche in policloruro di vinile (Pvc), utilizzate per imballaggi, serramenti, bottiglie per l'acqua minerale, finta pelle, teli impermeabili. Il Pvc costituisce il venti per cento di tutte le plastiche prodotte; da Marghera ne escono duecentoquarantamila tonnellate l'anno, pari al quaranta per cento di tutto il Pvc italiano. A Marghera si produce il Cvm sin dal 1952. Ma l'azienda, che pure ha organizzato convegni e studi per promuovere la qualità dei suoi processi lavorativi, non si è in realtà mai preoccupata dell'effetto micidiale che i prodotti usati e le condizioni dell'ambiente di lavoro hanno indotto negli operai inconsapevoli.  Eppure la pericolosità del Cvm non è una novità. Non lo era nell'aprile del 1973, quando il professor Cesare Maltoni, dell'Istituto di Oncologia di Bologna, parlava delle sue proprietà tossiche e cancerogene in un simposio internazionale. E ancora prima, in ricerche effettuate in Usa ed Urss negli anni 60 ed in una relazione, isolata e dimenticata, del dottor Viola (sanitario alla Solvay di Rossignano, in provincia di Livorno) si era giunti alle stesse conclusioni. Anche lo storico dello sviluppo industriale di Marghera, Cesco Chinello, nella sua "Storia di uno sviluppo capitalistico" del 1975, scrive: ''Taluni impianti, anche nuovissimi, sono strutturalmente nocivi e pericolosi... Non solo le fughe di gas attentano alla vita dei lavoratori ma anche certe materie che vengono manipolate durante le lavorazioni... E' stata dimostrata l'azione cancerogena del cloruro di vinile... Anche la commissione ambiente del Petrolchimico ha rivelato che esistono altre sei morti premature sospette da cloruro di vinile e che molti lavoratori lamentano ingrossamenti al fegato e malattie della pelle''.  Ma Montedison non si allarma. Ed anzi, come cita lo stesso Chinello, afferma che è necessario ''fare ogni sforzo perché la futura situazione normativa in Italia tenga realisticamente conto di tutti i fattori che consigliano una regolamentazione meno restrittiva''. In nome del ''realismo industriale'' ricerche e relazioni vengono seppelliti, come vengono ignorati alcuni decessi "sospetti". Muoiono infatti a Marghera e Mira due operai per angiosarcoma epatico, un tumore raro, e si diffondono disturbi neurologici come vertigini, cefalee, sonnolenza; e poi: alterazioni polmonari, disturbi alla cute, difficoltà di circolazione del sangue e deformazioni alle mani e ai piedi. Sintomi e cause non vengono connessi. Quando in fabbrica si conoscono però i dati e le conclusioni del professor Maltoni, fra gli operai si diffonde la paura. Qualcuno va di persona a Bologna e torna con amare conferme. Rabbia e paura, ma la produzione non può fermarsi. Il lavoro del Cvm avviene prevalentemente all'interno di autoclavi. Dal 1952 fino alla fine degli anni 70, la pulizia periodica di questi ambienti viene effettuata a mano: gli operai vengono calati all'interno delle cisterne e gli strati di polimero (uno degli stadi di trasformazione del Cvm) attaccati alle pareti vengono raschiati con strumenti di metallo. L'operazione viene ripetuta ogni dieci ore di lavorazione e dura circa due ore. Due ore di veleno inspirato a pieni polmoni.

    Altro momento micidiale è costituito dalla fase di essicamento ed insaccamento del prodotto finito: a questo punto i lavoratori sono in mezzo a nuvole di polvere con Cvm. E' una polvere senza odore o sapore particolare, non irrita (nell'immediato) non infastidisce: insomma, sembra uno dei prezzi normali da pagare per un lavoro pesante.  Solo a metà degli anni 70, dopo una serie di dure lotte sindacali, i lavoratori ottengono dall'azienda di fare effettuare ad una struttura pubblica un'indagine epidemiologica. Su millesettecentottantadue operai analizzati, tre quarti presentano disfunzioni epatiche, oltre la metà ha danni ai polmoni. I medici dell'università di Padova, autori dell'indagine, scrivono: ''L'azione tossica del Cvm sull'uomo si manifesta nei seguenti quadri morbosi: rarefazione del tessuto osseo; diminuzione del numero di piastrine nel sangue; alterazioni epatiche; malattia di Raynaud (mano fredda)''. Proprio i malanni che i lavoratori hanno già sperimentato. Poco dopo, anche alla Usl di Rosignano si fa un'indagine, a seguito della quale, con un referendum popolare, la città vota "No" alla costruzione di nuovi impianti. E nel caso di Rosignano si segnala un tasso di nocività anche per la popolazione che vive nei dintorni delle fabbriche. Quando il pericolo delle lavorazioni non si può più negare, comincia una lunghissima fase di risanamento che dura ancora. Il tasso di presenza del prodotto inquinante nella polvere ammesso viene ridotto di anno in anno con percentuali lentamente decrescenti.

    La vicenda della Montedison è adesso nelle mani del sostituto procuratore Felice Casson. Sono indagati i cinque direttori dello stabilimento che si sono succeduti alla sua guida, ma anche direttori generali ed altri dirigenti Montedison ed Enichem (subentrata nella proprietà), nonché, per omissione dolosa di cautele contro gli infortuni ed omicidio colposo, sei ex presidenti e vice presidenti, fra cui Alberto Grandi, Eugenio Cefis, Giuseppe Medici, Mario Schimberni, Tullio Torchiani. Nomi che oggi dicono poco, ma che sono stati fra i maggiori responsabili delle scelte nella chimica italiana del dopoguerra e che, fra l'altro, condividono la responsabilità di aver reso perdente questo settore industriale che, in tutto il mondo, è stato a lungo in attivo. La lotta per il risanamento ambientale del Petrolchimico e la difesa, in alcuni casi postuma, dei diritti dei lavoratori è stata lunga ed ha avuto protagonisti come "Medicina democratica", il Coorlach (Coordinamento lavoratori chimici) ed il collegio di avvocati di Mestre, che affianca i familiari delle vittime del cloruro di vinile, ma soprattutto una quasi leggendaria figura di operaio, Gabriele Bortolozzo. ''Un aspetto mite, quasi francescano.  Lo ricordo d'estate con la sua tuta blu e con sandali da frate talmente fuori ordinanza che facevano incazzare il capo reparto''. Così lo descrive un suo ex compagno di lavoro al Petrolchimico, Luciano Mazzolin, ex assessore dei Verdi alla Provincia di Venezia. ''Quello che io consideravo un sicuro democristiano era invece un mio collega "sovversivo" e "rompiballe"''. Solo licenza media ed esperienza di lavoro, ma Bortolozzo legge, studia, si documenta, è in grado di discutere della dannosità del cloruro di vinile anche con gli esperti. Dieci anni fa scrisse una lettera di "obiezione" alla direzione del Petrolchimico che fu divulgata dalla stampa e dal Tg3: ''Dovere operare nei reparti dove viene trattato il Cvm mi pone nella condizione di dichiararmi fin da questo momento e a tutti gli effetti morali e civili obiettore di coscienza e precisamente e solamente nei confronti di lavorazioni di sostanze chimiche riconosciute cancerogene''. Gabriele Bortolozzo fa esposti motivati alla magistratura, scrive per la rivista "Medicina democratica", scrive ai giornali. Ed è proprio sulla base di un suo dossier, ritenuto fra i più informati e precisi, che ha inizio, nell'estate del 1994, l'inchiesta del magistrato veneziano. Poco più di un anno dopo, il 13 settembre 95, l'operaio, ormai in pensione, è travolto con la sua bicicletta da un tir sulla strada di casa. ''Era sfuggito alle produzioni più rischiose, quelle che avevano fatto strage di troppi suoi compagni di lavoro, uccisi dal tumore instillatogli dentro, respiro dopo respiro... ma non al rischio quotidiano che il traffico barbaro e invadente impone alle nostre città'', scrive di lui lo scrittore Gianfranco Bettin.  Il fatto che l'inchiesta prosegua non sembra però preoccupare l'Inail, che non riconosce le malattie da Cvm come professionali, costringendo i familiari delle vittime a stressanti, costosi ed umilianti ricorsi legali. Pochi lavoratori si sono costituiti parte civile anche se, nel caso di un lavoratore morto, il pretore di Mestre Daniela Pierobon ha condannato l'Inail al pagamento di una rendita vitalizia alla vedova.

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    Umanità Nova n.31, 31 gennaio 1999

    ENICHEM DI PORTO MARGHERA. VITA AL CLORO

    di Mario Coglitore

    L'industria del disinquinamento nasce in Italia attorno alla metà degli anni Ottanta. L'idea, nella sua semplicità, fu quasi geniale. Si trattava di mettere a profitto anche i danni causati all'ambiente in un cinquantennio di investimenti produttivi selvaggi ed impiego di sostanze tossiche. Inventarsi cioè il miliardario business dell'intervento a tutela del patrimonio ecologico, eliminando non tanto le fonti quanto gli effetti più evidenti del disastro provocato su persone e cose. Si pensò così di approntare vere e proprie piccole aziende dedicate, in modo professionale, alla cura della salute pubblica: la maggior parte di queste erano direttamente gestite dalle industrie che quell'inquinamento avevano creato nel corso della loro folle maratona per l'ottimizzazione dei profitti. Una storia dalle molte sfaccettature e dalle numerose prospettive che ha come punto centrale di torsione, nel Veneto, lo stabilimento Enichem.

    Tutta la vicenda del Petrolchimico di Porto Marghera è in realtà il lungo snodarsi del racconto di morte e devastazione che ha caratterizzato uno degli impianti industriali più importanti d'Italia. Accanto al Polo Chimico in senso stretto vale la pena di non dimenticare anche gli insediamenti AGIP, Montefibre, Ausimont, Decal, Edison termoelettrica, per la loro stretta connessione con il quadro generale della sistematica violazione delle norme a tutela dell'ambiente, o, meglio ancora, di quel poco di ambiente che è rimasto tale.

    Dopo il processo avviato ai danni di Enichem e dei suoi dirigenti è cominciata nella zona industriale veneziana una polemica sorda ed insanabile che ha condotto direttamente all'accordo siglato a Roma il 21 Ottobre dello scorso anno. Lo storico accordo, hanno sblaterato i quotidiani locali, che avrebbe dovuto mettere definitivamente in chiaro lo stato dell'arte per ciò che concerne la Chimica ed i suoi piccoli fratelli di petrolio ed energia elettrica. Se ha ragione il verde Da Villa, assessore provinciale all'Ecologia, "...buona parte dell'accordo contiene progetti industriali che già da tempo erano stati definiti, in alcuni casi già autorizzati ed in altri ancora addirittura già portati a termine". Nessuna illusione, dunque: tonnellate e tonnellate di microinquinanti verranno ancora scaricati in laguna e nell'aria dagli oltre mille camini e fumaioli di Porto Marghera. Nessuna soluzione concreta per la sostituzione dei cicli ad alto impatto; nessun piano od investimento per cercare alternative al cloro; nessuna concreta diminuzione di emissioni di sostanze tossiche. Insomma un accordo fatto nella migliore tradizione economico-politica, tanto per non sbagliare.

    Se prospettive di sviluppo esistono, in buona sostanza, vanno certamente nel senso di una migliore e più razionale spartizione degli investimenti previsti dal documento siglato nei palazzi romani del Governo.

    Vediamolo nei dettagli. Sono stati previsti 1575 miliardi distribuiti a pioggia secondo il seguente criterio: 1095 ad Enichem, 117 a EVC (società che gestisce la produzione di PVC e CVM nell'area di Porto Marghera; 245 a Edison Termoelettrica; 45,5 ad Agip Raffineria; 13,5 per Ausimont; 15,5 a Montefibre; 10 a Decal; 14 ad Agip Gas; 20 ad Ambiente (una di quelle società di cui ho detto prima, che si occupano di bonificare più che il territorio l'animo corrotto di qualche ex-inquinatore). I miliardi versati copiosamente a pioggia dovrebbero essere utilizzati per migliorare la qualità e la sicurezza degli impianti. Tra gli interventi più significativi, come riporta il quotidiano La Nuova Venezia, è previsto l'interramento dei depositi di fosgene e il dimezzamento, in prospettiva, del micidiale gas (realisticamente si può prevedere una qualche significativa flessione nella presenza di fosgene in non meno di dieci anni e in quantità non ancora prevedibili), l'introduzione di un sistema integrato di monitoraggio dei rischi ambientali. A margine di tutto ciò, verrà realizzato il trasferimento dei depositi di prodotti petroliferi con conseguente riduzione del traffico e la chiusura con bonifica successiva del vecchio stabilimento del Petrolchimico.

    Non ci vuole una laurea in fisica nucleare per capire che siamo di fronte ad una dispendiosa e generale ristrutturazione della zona industriale che guarda la laguna veneziana e che da decenni la sta utilizzando come vasca di scolo dei residui delle proprie lavorazioni. A detta di Greenpeace, che sta collezionando una serie di denunce con richieste di risarcimento danni pari a cinque miliardi di lire per la campagna internazionale promossa contro EVC e Solvay, ci sono almeno quattro punti dell'accordo che testimoniano lo scandalo di questa parte dell'economia nazionale: la mancata riduzione della produzione di composti organici e cloro; la mancata eliminazione del fosgene; la mancata riduzione delle emissioni atmosferiche; il rinvio al 2003 dell'interdizione della laguna per le petroliere senza doppio scafo.

    Una lista della spesa di tutto rispetto che esorcizza il timore manifestato da industriali, forze politiche e sindacato per ciò che poteva riguardare un progetto di reale ridimensionamento del pericolo costituito dalla presenza dei colossi industriali attivi a Porto Marghera. La verità, per l'ennesima volta, sta nei fatti e nelle intenzioni, adesso trasformate in certezze. Non esiste più possibilità, allo stato attuale delle cose, di parlare di tecnologie innovative, verso le quali potevano ben essere dirottati quegli investimenti, per eliminare il problema dei rifiuti tossici e sperimentare l'elaborazione di un nuovo modello di sviluppo. Quello che c'è funziona già egregiamente; perché modificarlo?

    Così, come in una grande simulazione Simcity (ricordate quel giochino per computer con il quale potete costruire una città completa partendo da zero, con tanto di centrali elettriche, strade, scuole, edifici?), si sta dando corso ad una modifica, tutta parziale e in definitiva ininfluente per lo stato di collasso in cui versa l'ambiente attorno agli stabilimenti, dell'assetto industriale di Marghera che non ci risparmia dalla fuga di sostanze tossiche incontrollabili e dalle esalazioni di fumi sospetti. L'ultimo incidente è del 27 Dicembre scorso. Si trattava di ammoniaca fuoriuscita dal reparto BCI dell'Enichem - impianto della linea di produzione del cloruro di polivinile attivato nel 1957 - fermo dall'inizio del 1998 per le operazioni di bonifica e smantellamento. Per l'esattezza di soluzione ammoniacale acquosa all'interno di una conduttura di 50 millimetri di diametro. Gli effetti della dispersione di una nube di ammoniaca, nonostante i tecnici si siano affannati a giurare che la quantità della fuga è stata talmente minima da non potersi considerare nociva, sono disastrosi: irritazioni alle vie respiratorie, se va bene, e patologie polmonari irreversibili.

    Linea chiusa, quella del BCI, dunque inattiva. Il pericolo non arriva perciò soltanto dalle produzioni ancora funzionanti, ma anche da quelle apparentemente in disarmo. La situazione pare sfuggire al controllo. L'innalzamento di barriere d'acqua di 10 metri ha circoscritto l'esalazione ma l'allarme è stato comunque dato con molto ritardo; se qualcosa fosse andato storto, gli abitanti delle zone prospicienti la parte nord dello stabilimento non sarebbero riusciti a mettersi in salvo. Deve trattarsi del prezzo del progresso, o di qualcosa di simile; del prezzo della vita.

    "Aveva tumori dappertutto..." racconta Melania di suo padre, morto per sostanze nocive "non potevo toccarlo. Era anche questa una cosa terribile. Non so neanche da dove era partito, probabilmente da un polmone, i medici hanno disperato fin da subito di salvarlo. Non sapevamo niente di questa malattia, quindi prima di entrare nell'ottica che per esempio non lo operavano perché non c'era niente da fare, è stata dura. Io credevo che fosse bene che non lo operassero, mentre in realtà operano solo quando c'è qualche possibilità di salvare una persona. Ha cominciato a fare metastasi dappertutto, sulle ossa, aveva delle deformazioni in varie parti del corpo perché le masse si espandevano." Vita all'ammoniaca. Vita al cloro.

    Un ringraziamento particolare a Marco Rossi, con cui condivido la stessa avversione per i crimini del potere costituito e parecchie altre cose, che mi fornito tutti i dati necessari alla stesura di questo articolo, conservando per me ritagli di giornale e documenti.

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    Ecologia Politica CNS - rivista telematica di politica e cultura n.1, aprile 2000

    LA TRAGEDIA DI PORTO MARGHERA

    di Paolo Cacciari (Direttore di "Osservatorio Veneto", trimestrale dell'Associazione Osservatorio sulle trasformazioni in Veneto, via dell'Elettricità 3, 30175 Marghera -Ve, tel 0415382765)

    Ci sono tre volumi che andrebbero resi obbligatori come libri di testo in ogni corso di formazione professionale per sindacalisti e medici del lavoro, ma non solo: li consigliamo anche a storici e politici. I libri sono: L'erba ha voglia di vita, di Gabriele Bortolozzo, operaio del Petrolchimico, edito a cura della Associazione nata in suo nome; Cronache dalla chimica, di Paolo Rabitti, ingegnere, perito di parte del giudice Felice Casson (CUEN); Petrolkimico, a cura di Nicoletta Benetelli e Gianfranco Bettin, assessore del Comune di Venezia (Baldini&Castoldi). Ne viene fuori la storia di un gruppetto di operai testardi e tenaci che si accorgono di cosa stia succedendo ai loro compagni di lavoro dopo qualche anno nei reparti che producono, insaccano... respirano Cloruro di Vinile Monomero, intermedio delle plastiche PVC, le più diffuse.

    Con l'aiuto di Medicina Democratica riescono a fare una inchiesta "scalza" scoprendo decine di decessi a causa di un particolarissimo tumore (angiosarcoma epatico) dopo latenze anche ventennali. Dopo infinite denuncie, nella più totale sordità delle strutture sanitarie, dei sindacati, delle autorità pubbliche in genere, trovano finalmente un magistrato coscienzioso che si avvale di persone competenti e indipendenti e che mette alla sbarra il gota della chimica italiana. Anche gli amministratori delegati e i presidente, dal tempo di Schimberni e Medici ad oggi.

    Per la prima volta la magistratura non sembra accontentarsi di "far volare qualche straccio", di addossare le colpe agli "errori umani" di qualche capo-reparto. Né le parti lese, i famigliari riuniti nelle associazioni, si accontentano di dividersi i sessanta miliardi concessi a scopo di "risarcimento" dall’ENI. Il processo sta andando avanti a Mestre, faticosamente, ma scoprendo ad ogni udienza fatti e circostanze che avvalorano le ipotesi dell’accusa. Montedison sapeva, Mondedison non proteggeva, Montedison non investiva, Montedison non chiudeva, Montedison ed Eni hanno continuato a nascondere e a coprire.

    Il processo alla chimica ha il grande merito di smuovere una città e una opinione pubblica impregnata di industrialità, nata attorno e con lo sviluppo della Zona industriale. Ci si comincia a chiedere se il costo è sopportabile. Dall’altra parte si divarica la distanza con un sindacalismo scornato e inferocito che si illude di salvare se stesso e i "posti di lavoro" schierandosi dalla parte dell'impresa. La pubblica amministrazione locale (in attesa che si apra anche il filone delle responsabilità delle unità sanitarie e amministrative locali) si barcamena tra solidarietà e minimizzazione della situazione attuale (le situazioni più a rischio si sarebbero risolte con la chiusura di alcuni reparti all’inizio degli anni novanta), tra promesse di rapide bonifiche e scongiuri perché non si continuino a ripetere incidenti, fughe, malattie.

    Per essere chiari stiamo parlando del più grande disastro industriale mai verificatosi in Europa, come ha scritto Luigi Mara. 146 morti, scoperti "per caso" da chi non si è voluto arrendere all’omertà di padroni, sindacati e autorità pubbliche, successivamente riscontrati dalla magistratura inquirente. Un numero non facilmente documentabile di malati. Ed è solo la punta di un iceberg di una situazione diffusa in quello che fu il più grande "polo" chimico italiano, ventimila occupati, e che da anni trascina nella sua lenta agonia una generazione di lavoratori e i suoi territori urbani. Un inquinamento impossibile da quantificare, anche perché non è stata ancora avviata alcuna indagine epidemiologica sulle popolazioni residenti nei "coni di ricaduta" dei micidiali fumi chimici, nonostante che da anni sia chiesta da un gruppo di associazioni raccolte nel coordinamento "Il cielo sopra Marghera".

    Per capire la gravità della situazione basti conoscere questo dato ufficiale fornito dall'Osservatorio regionale sui tumori: le morti per tumori alle vie respiratorie nelle popolazioni delle due Unità sanitarie immediatamente prospicienti Marghera sono del 25% superiori alle medie nazionali. Aggiungiamoci che per buona volontà di qualche assessore della Provincia sono stati censiti cinque milioni di metricubi di residui industriali tossici occultati più o meno abusivamente in una ventina di discariche sparse lungo la gronda lagunare nel corso degli ultimi trent'anni. Molti di più sono i fanghi (con ampie tipologie di diossine, documentate dalle campagne di Greenpeace) che "sedimentano" sul fondo della laguna più ammirata del mondo, Venezia.

    Come è potuto accadere un simile disastro, sotto gli occhi di tutti e in presenza di una tra le classi operaie più sindacalizzate, di amministrazioni locali progressiste, di forti partiti della sinistra? Voglio solo ricordare che proprio a Porto Marghera alla fine degli anni '60 nacquero le prime "commissioni ambiente" dei Consigli di fabbrica, le prime "consulenze di parte" con i medici di medicina del lavoro di Verona, le prime lotte contro la "monetizzazione della nocività" e le prime elaborazioni sul "MAC 0" (nessuna concentrazione di inquinante tossico nell'aria) che per qualche periodo riuscirono a conquistare anche i vertici dei sindacati di categoria. Rimarrà indimenticabile quella foto di una manifestazione in Piazza San Marco, dopo l'ennesima fuga di gas con intossicazioni, in cui appare un lavoratore che porta a spalle un camino metallico con applicata una maschera antigas e un piccolo foglio con su scritto: "Le maschere ai camini non ai lavoratori".

    Come si è potuta verificare, tra la metà degli anni 70 e la metà del decennio successivo, una progressiva e completa rimozione dei temi ambientali e persino della tutela della salute all'interno di luoghi di lavoro? Peggio. Una parte della sinistra – quella maggioritaria nel sindacato e nelle amministrazioni - rimane prigioniera della cultura produttivistica che manteneva verso l'ecologia quel pregiudizio così bene descritto da Giorgio Nebbia "... l'ecologia era uno strumento della borghesia e dei padroni per tenere i lavoratori nella povertà e nell’arretratezza". Ancor oggi questo è l'armamentario che un sindacato come la Fulc di Venezia usa contro Rifondazione, gli ambientalisti e tutti coloro che osano mettere in discussione processi e prodotti. Vale la pena ricordare che uno dei motivi della rimozione del segretario della Camera del Lavoro di Venezia, Alessandro Sabiucciu, è stata la presa di posizione di pubblica autocritica ("chiediamo scusa alla città") tenuta all'inizio del processo Montedison a motivazione della costituzione della Cgil parte civile.

    E' una storia già vista in molti altri siti industriali (Val Bormida, Massa Carrara) dove la forza dell'impresa (in questo caso Montedison prima, Eni poi) si esprime come lobby sulle amministrazioni locali e sui sindacati, oltre che sui ministeri; agisce in modo da piegare qualsiasi forma di controllo pubblico e resistenza operaia. I "terribili anni '80" sono stati pura capitolazione. Non che le ragioni dell’ambiente non avessero più peso nell’opinione pubblica - tutt’altro, basti pensare al nucleare – ma esse si sono via via separate fino a presentarsi contrapposte alle questioni interne allo "sviluppo", all’economia. Per poter avere un qualche successo le lotte ambientaliste avrebbero dovuto intrecciarsi con quelle per un diverso modello di produzione.

    Per rompere il muro del diffuso rifiuto operaio ad affrontare lo sgradevole problema dell'incompatibilità tra chimica (almeno di quella che si produce a Porto Marghera) e vita, vi sarebbe stato bisogno di almeno tre condizioni: una vertenza sindacale sulla chimica almeno nazionale (vi è stata invece la guerra tra poveri, tra i diversi stabilimenti e persino reparti, nel nome di "contrattiamo le chiusure"); una politica industriale di settore del Governo (vi è stata invece la "guerra sporca della chimica"); infine, una comunità scientifica indipendente e autorevole capace di dire qualcosa di credibile sulla sostenibilità ambientale e pericolosità impiantistica della produzione di materie sintetiche cancerogene. Il fatto che le università di chimica industriale siano "in busta paga" dei colossi della chimica, come delle case farmaceutiche, dei cementieri e degli inceneritori… è un tributo che ognuno di noi versa quotidianamente in salute.

    Nessuna delle condizioni per la ripresa di un movimento operaio sull’ambiente si sono verificate. Al contrario abbiamo avuto invece le vicende della svendita e dei salvataggi della chimica italiana che hanno coinvolto anche i partiti della sinistra, Pci compreso. Ai sindacati è andato il compito di gestire la "terziarizzazione", gli scorpori, la frammentazione e la gerarchizzazione delle varie componenti lavorative (oltre che dei prepensionamenti e degli appalti). Il tutto nella assenza più completa di una politica industriale nazionale che assegnasse un qualche ruolo strategico alla chimica.

    Ma se non è avvenuto nemmeno per l'elettronica o per l'aeronautica, perché sperare in una politica industriale per la chimica? I risultati sono ben leggibili nella bilancia commerciale nazionale (qualche anno fa il deficit chimico era di 13.000 miliardi). I piani industriali dell'Eni sono in sostanza quelli di dismettere la chimica e di tenersi solo la raffinazione. Ha scritto qualche tempo fa Luigi Granelli: "L'Italia sta diventando una colonia dal punto di vista delle produzioni fondamentali di alto profilo tecnologico, ed è allarmante che le privatizzazioni non abbiano registrato interventi privati di tipo strategico (...) La chimica italiana è stata travolta non solo dal deplorevole malaffare di Enimont, ma continua ad essere in difficoltà per il mancato riordino del settore che condanna l'Italia ad essere, tra i paesi industrializzati, con una bilancia chimica in disavanzo costante e di consistenti proporzioni. Dal 1970 ad oggi si è passati dall'11.4% al 28% di dipendenza dalle importazioni. Quello che manca, a questo come ad altri settori è un disegno di politica industriale che non può essere richiesto al mercato" (il manifesto 8/9/98).

    Puntuale, il "piano della chimica" dell'ENI prevede 2.100 "esuberi", 700 a Marghera. L'Eni sembra intenzionato ad uscire dalla chimica tenendosi solo ciò che è economicamente integrato come sbocco alla raffinazione dell'Agip. Il resto è in svendita, mangiato a morsi da gruppi privati intenzionati a comprarsi più i "pacchetti clienti" che non le produzioni. Del resto ad ipotetici compratori gli impianti chimici italiani devono apparire più come scorze di limoni spremuti che capitale tecnologico. Secondo i dati forniti dal Ministero per l'ambiente a Porto Marghera il 35% degli impianti è stato costruito prima del 1956, il 26% prima del 1966, il 12% prima del 1986 e solo il 2% dopo il 1994.

    E' così iniziata l'era delle dismissioni e dello smantellamento. Lo storico primo colpo di piccone al vecchio Petrolchimico è stato dato ( "nel rispetto delle norme ambientali e di sicurezza", tiene a precisare il commentatore ufficiale), in pompa magna, il 28 ottobre scorso, dall'amministratore delegato dell'Eni in persona, Vittorio Mincato. L'obiettivo è rinnovare e concentrare le produzioni in una zona più defilata dal quartiere urbano e "liberare" il maggior numero di aree da mettere sul mercato. Una apposita società del Comune fa da promoter a favore della piccola e media impresa veneta e, soprattutto, della logistica portuale in espansione.

    Ma c'è un problema. Qualsiasi ipotesi di riuso delle aree di Porto Marghera passa attraverso quello che si prospetta essere il vero grande business del futuro: la bonifica dei suoli contaminati. Il piano triennale del Comune ha individuati 700 ettari su cui intervenire prioritariamente su un totale di duemila ettari occupati dalle industrie. Poi vi sono 35 ettari esterni alla zona industriale (tra cui il nuovo Paro di San Giuliano che la magistratura ha già posto sotto sequestro per irregolarità nei piani di bonifica) e i canali industriali (7/8 milioni di metri cubi da dragare, stoccare, depurare).Il tutto è valutato in un costo di quattromila miliardi. Una legge (la n. 426 del ‘98, con una capienza di soli 600 miliardi per 16 interventi tra cui Gela, Manfredonia, Cengio, Bagnoli, Sesto San Giovanni) prevede il contributo dello Stato fino al 50% dei costi. Una apposita commissione mista (ministeriale e locale) dovrebbe stabilire metodiche e tecnologie. I modelli a cui si guarda sono quelli dell'Emscher Park nella Ruhr e di Goitzsche nel Sachesen- Anhalt a sud di Berlino e altri ancora, più a Est. Secondo il principio che chi inquina prima o poi ci guadagna, sono pronti ad allungare le mani sul ciclopico affare: l'Acquater, legata all'ENI; la Foster Wheeler, legata all'Agip; l'Impresit della Fiat; l'americana Battel che cerca alleanze locali; persino la locale azienda di pulizia urbana, prossima a diventare una Spa.

    Nonostante il susseguire di convegni, l'impressione è che anche questa volta si parta male, procedendo a tentoni, caso per caso, con la sonda e il detector, a seconda delle urgenze e dei bisogni dettati dai piani immobiliari di investimento. Non viene presa in considerazione la necessità di elaborare un piano di bonifica integrale. Come da tempo suggeriscono alcuni studiosi e la Fondazione Micheletti di Brescia (vedi gli atti del convegno dell'Osservatorio Veneto su "Piani e azioni di bonifica per aree industriali inquinate", 2/3 ottobre 1998) in cui si consiglia di compiere preliminarmente un "inventario storico" impiantistico e merceologico delle produzioni che hanno operato nel corso degli anni per comprendere davvero cosa e quanto sia stato scaricato nell'ambiente. "Solo la storia delle industrie e delle produzioni può indicare quali materie prime sono state usate, quali prodotti sono stati fabbricati, quali scorie sono state prodotte. Solo così - prosegue Giorgio Nebbia nel seminario dell’ <Osservatorio Veneto> citato - è possibile identificare le trasformazioni che le scorie hanno subito in un determinato ambiente terrestre o marino quali sostanze vanno oggi cercate e richiedono azioni di depurazione e distruzione".

    Insomma prima di perimetrare Marghera di "sarcofagi" di cemento armato, o di piantarci "cavoli bonificatori" (biogeneticamente manipolati, si intende!) sarebbe meglio discuterne con cura.

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    Sindacalismo di Base

    A proposito di Gabriele...

    di Mario Coglitore

    Con questo breve contributo discuteremo l'annosa questione del PVC inteso come esempio macroscopico, doloroso e per certi versi incredibile nella sua violenza negata, del continuo auto-rappresentarsi di un conflitto che è tutto interno alle dinamiche del vecchio e del nuovo Capitale. Un conflitto che ha bisogno di trovare riposo non tanto in una soluzione definitiva, giacché è mia opinione che non esista ancora, quanto in una analisi liberatoria e finalmente liberata da alcuni scandalosi e cinici compromessi ai quali Gabriele Bortolozzo e tanti altri si sono opposti in uno scontro pluriennale per la riaffermazione di una verità sottratta. Riportare di nuovo al presente quei fatti, dunque, rappresenta la ferma volontà di non dimenticare. Nelle note che seguono, scritte anche sulla base di una lunga intervista che Gabriele mi concesse qualche mese prima di morire, ritroverete un percorso che alcuni vorrebbero cancellare. Ho voluto ritracciarne i contorni perché credo che questo sia il modo migliore di onorare il ricordo di un compagno troppo in fretta sottratto alla vita e il suo lungo impegno civile e politico. La storia del Petrolchimico di Porto Marghera, del Cloruro di Vinile Monomero e del suo derivato altrettanto temibile il PVC, cloruro di polivinile, oscurano ancora la nostra precaria memoria collettiva. Vale la pena, dunque, di riproporre ancora uno degli scandali italiani meno frequentati dai grandi mezzi di comunicazione. Lo stabilimento della terraferma veneziana è ritornato all'onore delle cronache dopo la denuncia alla magistratura dello stesso Bortolozzo, prematuramente scomparso nell'inverno del 1995, un ex dipendente da anni in prima fila nella ricerca della verità sulle morti bianche conseguenti alla produzione selvaggia di PVC. Il giudice veneziano Casson ha indagato a lungo non soltanto sulle cause dei tumori che hanno stroncato la vita di moltissimi lavoratori ma anche sull'esistenza di un vero e proprio deposito di rifiuti tossici formatosi negli anni con la sepoltura, dentro allo stesso perimetro di Marghera, dei materiali nocivi risultato degli scarti delle varie lavorazioni. Come è noto, i suoi rinvii a giudizio dimostrano che esisteva più di qualche dubbio sull'operato di molti. Gabriele Bortolozzo aveva realizzato un dossier sul PVC e il CVM pubblicato sul numero 92/93 di Medicina Democratica, rivista di controtendenza da molto tempo impegnata sul fronte dello smascheramento di operazioni poco pulite ai danni dell'ambiente e attentissima alla tutela della salute nei luoghi di lavoro. La serie nutrita di pagine redatte da Bortolozzo, frutto di esperienza personale e collettiva, ha suscitato grande scalpore fra gli addetti alla produzione Enichem, tra i sindacati, i dirigenti e i semplici cittadini. Da quel dossier si possono trarre gli elementi significativi della storia di un composto chimico tra i più letali che si ricordino e della sua funzione di elemento strategico per l'esistenza stessa del Petrolchimico in quanto struttura industriale portante dell'economia nazionale. Nella produzione mondiale di CVM l'Italia è al quarto posto. L'azienda più importante del settore è stata da sempre la Montedison, seguita da ENI, Solvay, Rumianca e Liquichimica. La produzione di PVC assume a Porto Marghera un'importanza essenziale sin dal 1951, data di nascita della fabbrica, a ridosso della fine del secondo conflitto mondiale e in piena ripresa economica. Il primo impianto di CVM entra in funzione nel 1952 col reparto CV1. Subito dopo viene reso operativo l'impianto CV3 per la polimerizzazione in sospensione e quindi il CV5. Negli anni l'incremento produttivo viene elevato a potenza fino ad arrivare al CV22-23 e al CV24, reparti che ottimizzano la lavorazione del CVM, totalmente ai danni della sicurezza, ma certo moltiplicando i profitti. Gli anni settanta scorrono veloci a pieno ritmo di lavorazione fino all'inizio del decennio successivo, nel quale la crisi generale dei mercati, da un lato, e la ristrutturazione mondiale del comparto della chimica, dall'altro, portano alla chiusura della maggioranza dei reparti. Attualmente sono in funzione il CV22-23 per la produzione del CVM e il CV24 per la polimerizzazione in sospensione del PVC. A Porto Marghera la quantità annua di CVM che esce dagli impianti continua ad essere notevole: 240 mila tonnellate. Ben difficilmente l'azienda potrà rinunciare ad una fonte di guadagno di questo rilievo nonostante la ormai innegabile estrema tossicità del prodotto in tutte le sue fasi di lavorazione. Al Petrolchimico, contemporaneamente al sorgere degli impianti, quella che un tempo è stata la Montedison ha articolato una struttura infermieristica realmente d'avanguardia. Tuttavia lo scopo principale di tale approntamento medico-sanitario è stato quello di garantire, e numerosissime testimonianze ce lo confermano, l'efficienza fisica comunque tutelare la salute in fabbrica. In realtà l'operazione scientifica, chiamo così in modo eufemistico questo atto di continua violenza ai danni di persone e ambiente, condotta dai medici Montedison - capitanati all'epoca dal dottor Giudice, indagato dallo stesso Casson e vero e proprio esperto nella manipolazione dei dati sulla reale nocività del PVC ai danni del personale esposto - fu operazione di carattere ideologico oltreché sociale in senso stretto. Significò cioè la creazione di una falsa epidemiologia che doveva dimostrare l'inconsistenza della nocività di un prodotto che fin da metà anni settanta cominciava a mietere le prime vittime tra i lavoratori. Vennero sistematicamente trascurate le reali condizioni oggettive della struttura produttiva interna dell'azienda e si mentì più volte sui rischi a cui venivano quotidianamente sottoposti gli operai. L'organizzazione del lavoro, in una parola, non doveva essere messa in discussione. Vecchia litania di un potere industriale disposto a qualsiasi sacrificio di vite umane pur di garantire la sua riproducibilità. L'affare PVC avrebbe arricchito molti con scarso dispendio di investimenti e la regola prima del profitto era comunque fatta salva: spendere poco per guadagnare molto. Nel 1975 la Facoltà di Medicina dell'Università di Padova avviò una ricerca esterna ai blandi controlli effettuati fino ad allora dall'infermeria del Petrolchimico. La commissione appositamente costituita giunse a risultati davvero allarmanti e le statistiche del resto lo confermarono quasi subito. Della popolazione operaia presa in esame, il 75% presentava già disfunzioni epatiche gravi. Nonostante le resistenze del Consiglio di Fabbrica di allora, nel 1977 la commissione presentò i dati dell'indagine svolta al Capannone del Petrolchimico: il CVM risultava tossico e cancerogeno, la sua presenza era sconsigliata nei reparti. E' lo stesso dottor Clini, direttore del Centro di Medicina del lavoro di Marghera, a confermare nel 1982 che la questione relativa alla protezione della salute all'interno del Petrolchimico è, sono parole sue, da anni gestita in modo confuso contraddittorio. La salute dei lavoratori è troppo spesso oggetto di trattative politiche e sindacali che dissimulano nel tempo la reale portata del fenomeno. Il grande inganno continua nel silenzio dell'azienda e delle stesse organizzazioni sindacali: la minaccia, subdolamente ventilata tra mezze parole e mezze dichiarazioni ufficiali, della possibile perdita di posti di lavoro mette a tacere più di una coscienza. L'angiosarcoma epatico, una delle conseguenze terribili della contaminazione da Cloruro di Vinile, continua indisturbato la sua semina di morti.

    Sfortunatamente il tempo di latenza della malattia, molto lungo in proporzione agli effetti a cui dà luogo, ha permesso di rimestare ancor più nel torbido, con la negazione ripetuta di un qualsiasi legame tra il tumore e l'esposizione al materiale tossico. L'adozione, inoltre, dell'espediente del pre-pensionamento, ha messo l'azienda in condizione di allontanare, negli ultimi vent'anni almeno, il sospetto di un legame coerente tra manifestazione del tumore e condizioni lavorative del soggetto colpito. Nonostante l'Organizzazione Mondiale della Sanità avesse da anni riconosciuto il CVM come sostanza cancerogena, la produzione è continuata e continua senza alcun serio intervento che ne circoscriva davvero la pericolosità. Un altro aspetto di cui bisogna pur tenere conto è la nocività ambientale del CVM. Se pensate che negli anni '80 la produzione italiana era di circa 720.000 tonnellate e la perdita esterna nella lavorazione del prodotto è stimabile attorno al 2%, possiamo calcolare che 14.000 tonnellate annue di CVM e PVC andavano disperse nell'aria. Probabilmente la realtà dell'inquinamento ambientale supera la fantasia nel caso di Porto Marghera e dell'area limitrofa, da decenni invasa dai fumi tossici delle lavorazioni chimiche. La combustione del CVM, non dimentichiamolo, genera perlomeno due sostanze estremamente tossiche: acido cloridrico e fosgene, già conosciuto come micidiale arma chimica. Ma gli interessi delle grandi multinazionali non tengono mai conto delle tragiche conseguenze per l'essere umano e il suo ambiente di vita. Né la medicina o la scienza, ad eccezione di pochi, coraggiosi e subito circoscritti esempi, hanno voluto porre rimedio ad un disastro ecologico di questa portata. Hanno scritto Giulio Maccacaro ed altri collaboratori in una collana pubblicata da Feltrinelli in anni che davvero sembrano molto lontani: la medicina, come la scienza, è un modo del potere. Anzi, nella conversione e gestione scientifica di dottrine e pratiche, contenuti e messaggi, enti e funzioni, ruoli e istituti, diviene propriamente potere, sostanza e forma del suo esercizio. Così, nel declinare lento del sole su uno specchio d'acqua malato, come quello lagunare prospiciente la zona industriale di Marghera, le ombre che fuggono veloci negli angoli incerti di un panorama grigio di cemento e alluminio riportano alla mente scenari di un degrado sociale, ma soprattutto morale, che sembrano interessare davvero a pochi.