Rasegna stampa: "Corriere della Sera "

Rasegna stampa

  • Il Corriere della Sera

    Il Corriere della Sera, 15-11-1997

    Decisione del gip di Venezia: sono accusati di strage e disastro colposo, avvelenamento di acque

    MORTI AL PETROLCHIMICO: 30 AL PROCESSO

    L'inchiesta sugli operai addetti al cloruro di vinile a Porto Marghera davanti al tribunale si presenteranno Cefis, Medici, Schimberni e Necci

    di Marisa Fumagalli

    VENEZIA - Un centinalo di morti "sospette" tra gli operai del Petrolchimico, anni di indagini segnate da una serie di sofisticate perizie, ed ecco che l’inchiesta sui veleni di Marghera arriva a una svolta. Clamorosa.

    Ieri, al termine dell'udienza preliminare, il gip di Venezia Gioacchino Termini ha chiesto il rinvio a giudizio per 31 dirigenti ed ex dirigenti di Montedison ed Enichem. Tra questi figurano personaggi ormai dimenticati dalle cronache come Eugenio Cefis, Giuseppe Medici, Mario Schimberni (Montedison), altri ancora ben presenti (per altre vicende) sulle prime pagine del giornali, come l’ex presidente di Enichem, Lorenzo Necci, che sarà processato assieme all'amministratore delegato Giorgio Porta.

    Nella schiera degli imputati (trenta al processo, poiché Antonio Sernia, già presidente di società del gruppo Eni, è deceduto) anche i componenti dei consigli di amministrazione delle due società, succedutesi negli ultimi vent'anni. E, naturalmente, i responsabili dello stabilimento veneziano. In tribunale, non ci sarà, invece, l'uomo che, con un esposto alla magistratura, fece scoppiare il caso. Gabriele Bortolozzo, ex dipendente Montedison, è morto. Ma al suo posto siederanno i due figli, Gianluca e Beatrice. La prima udienza del dibattimento è fissata per il prossimo 13 marzo.

    Aveva 59 anni, nel '94, Gabriele Bortolozzo, di Mogliano Veneto (Treviso), aderente a "Medicina democratica", quando si rivolse alla Procura di Venezia, presentando una ricerca sul numero e sulle cause del decessi (avvenuti a partire dal 1975) tra i lavoratori del Petrolchimico. L'indagine prendeva in esame 424 dipendenti considerati a rischio. E segnalava, inoltre, 84 decessi, di cui 68 provocati da tumore. Una bomba.

    Venne aperto un fascicolo giudiziario. E l’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Felice Casson, portò, quindi, all’accertamento di oltre 200 casi di malattie riconducibili all’utilizzo senza protezioni del "cloruro di vinile monomero" (riconosciuto cancerogeno dall'Oms, l'Organizzazione mondiale della Sanità) e a una serie di perizie sulle acque della Laguna, prospicienti la fabbrica di Marghera.

    Così, nel corso di una lunga e complessa istruttoria, si è andata delineando quella serie di reati (nessuno del quali di poco conto), per i quali ora i dirigenti Montedison-Enichem, a vario titolo, dovranno rispondere in giudizio: strage e disastro colposi, avvelenamento di acque colposo, omissioni di cautele sul luoghi di lavoro, ed altri reati minori di carattere ambientale.

    In un primo momento, il pm Casson aveva chicsto il giudizio davanti alla Corte d'Assise, considerando l'inquinamento doloso come il reato più grave. Successivamente, però, ne chiese la derubricazione a colposo, poiché non sarebbero emersi elementi certi della volontà, da parte delle aziende, di inquinare le acque della Laguna.

    Il giudice per le indagini prelimiari, ieri, ha respinto le numerose eccezioni sollevate dalle difese. L'ordinanza del gip non lascia margine di dubbio. "Il complesso degli elementi comunque offerti dal processo - scrive il gip di Venezia Termini - in particolare la quantità e la qualità dei contributi tecnici delle parti, è tale da consentire in più completa e soddisfacente valutazione dei fatti in causa". Una decisione che ha scatenato in soddisfazione delle parti civili e delle organizzazioni ambientaliste. Va da sé però che l'ultima parola la dirà il Tribunale.

     

    LE REAZIONI

    Bettin: atto di giustizia. Wwf: monito al governo

    VENEZIA - La svolta nell’inchiesta sui veleni di Marghera ha scatenato la soddisfazione di Legambiente. "Un primo successo - dichiara Francesco Ferrante, direttore generale dell'associazione, parte civile nel processo -. Il disastro sanitario e ambientale è aggravato dal fatto che le persone al vertici del Petrolchimico sapevano, ma non hanno fatto nulla per interrompere 1'avvelenamento". Grazia Francescato, presidente del Wwf Italia, aggiunge: "Il rinvio a giudizio del 31 dirigenti deve essere un monito al governo e al mondo industriale, perché facciano interventi sulla sicurezza degli impianti chimici". Ed anche il prosindaco di Venezia Gianfranco Bettin esprime soddisfazione: "Un atto di profonda giustizia, un altro passo verso un giudizio che avrà portata storica. E' un segno che ormai si va riducendo lo spazio per interventi distruttivi della salute e della vita del lavoratori e dell’ambiente".

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    Il Corriere della Sera, 14-03-1998

    Mestre: in trentuno alla sbarra per le morti bianclie

    VIA AL PROCESSO DEL PETROLCHIMICO. MA GLI ECCELLENTI DANNO FORFAIT

    di Marisa Fumagalli

    MESTRE - L'aula del tribunale è affollata. Ma gli "imputati eccellenti" sono rimasti a casa. C'è, invece, tanta gente semplice, facce normali, facce segnate dal tempo e dalla fatica. Facce giovani. Sono i colleghi, i parenti, i figli delle vittime dei veleni di Marghera. E poi ci sono gli ambientalisti, i sindacalisti, il prosindaco di. Venezia Gianfranco Bettin. Che ha pubblicato per Baldini & Castoldi una sorta di "Spoon river" operaia della malattia e della morte, intitolata "Petrolkimiko". Ma va a ruba soprattutto il libro "L'erba ha voglia di vita" di Gabriele Bortolozzo, l'operaio, deceduto nel '95, simbolo del mega-processo che si è aperto ieri mattina a Mestre.

    Alla sbarra, il "Gotha" della chimica, Montedison ed Enichem: da Eugenio Cefis, a Giuseppe Medici, a Mario Schimberni, a Lorenzo Necci, a Giorgio Porta. E, se fossero ancora vivi, sotto accusa vi sarebbero anche Raul Gardini e Gabriele Cagliari. In tutto, 31 imputati, trascinati in giudizio dal pubblico ministero Felice Casson. Che ha condotto un'indagine ostinata e meticolosa sulle "morti bianche" del Petrolchimico. Una strage: 149 vittime. E trecento ammalati, per aver assorbito nell'organismo lentamente, ma inesorabilmente, le esalazioni del cloruro di vinile. Sostanza usata per la fabbricazione di bottiglie di plastica e giocattoli. I capi di imputazione sono pesanti: strage, disastro, omicidio colposo e lesioni. E per i danni all'ambiente, altri reati: avvelenamento delle acque e delle sostanze alimentari, abbandono di rifiuti tossici nocivi, realizzazione di discariche abusive. Il presidente del Tribunale, Ivano Nelson Salvarani, da il via, leggendo il lungo elenco degli imputati e delle parti civili (circa 300). Poi, la prima udienza si consuma nella litania delle "eccezioni della difesa". La linea dei legali è quella di chiedere la suddivisione delle parti civili per periodi temporali, distinguendo coloro che avrebbero contratto le malattie professionali, sotto la gestione Montedison e sotto la gestione Enichem. Ma è fuori dall'aula che si coglie il senso di questo processo. Certo, se si fosse celebrato negli anni roventi dei cortei, dei sit in, avrebbe suscitato una mobilitazione più forte. Più "barricadiera". I tempi sono cambiati, è cambiato il clima. Tuttavia, in un'atmosfera civile e tranquilla, i contestatori fanno la loro parte. Ecco, di buon'ora, davanti al cancello dell'edificio che ospita l'aula-bunker, un piccolo gruppo di giovani dei centri sociali e del coordinamento provinciale studentesco inscenare una breve manifestazione, innalzando striscioni contro gli impianti chimici e portando mascherine antismog. Poi arrivano Gianluca e Beatrice, i figli di Gabriele Bortolozzo, l'ex operaio che per primo denunciò la pericolosità delle lavorazioni.. I due giovani indossano e fanno indossare le T-shirt della memoria (in esse sono stampate le cifre della strage), fatte confezionare per l'occasione dal Comitato vittime del Cvm (cloruro di vinile). Gianluca e Beatrice hanno curato con amore, con devozione, il libro del padre - una coNtrostoria del Petrolchimico, tra documenti e testimonianze dirette - e ora lo diffondono, a "prezzo politico". Tra il pubblico, fa capolino anche l'attore Giuseppe Cederna, che sta raccogliendo materiale per uno spettacolo incentrato sul lavoro in fabbrica. Alessandro Sabbiucciu, segretario generale della Cgil di Venezia, riflette, amaro: "II sindacato ha condotto battaglie anche per la salvaguardia della salute e dell’ambiente. Tuttavia non ha fatto abbastanza, dal momento che siamo qui a chiedere giustizia per le numerose vittime del Petrolchimico…". "E' doveroso chiedere scusa e riconoscere i propri errori", aggiunge. Ci avviciniamo a due ragazze. Sono Laura ed Elisa Menadeo, figlie di Polidoro, operaio di Marghera, deceduto nel '90 per un tumore al polmone. Aveva 53 anni.

    "Ci siamo resi conto troppo tardi della nocività della fabbrica - osservano le due sorelle -. Eppure, nel nostri ricordi, c'è un padre che tornava a casa, la sera, con gli occhi gonfi, il respiro corto... Allora non ci si badava. il lavoro era pane. Eppure quante volte era costretto a scappare dal Petrolchimico, per le fughe di gas. Scappava, ma il giorno dopo, come gli altri colleghi, era ancora là, a respirare i veleni. Povero papà! Si era messo in prepensionamento, sognava una vecchiaia nella sua Termoli. Se n'è andato in tre mesi. Senza conoscere il male che l'ha divorato. Ma forse, per lui, è stato meglio così".

    Laura ed Elisa Menadeo ora hanno capito. E chiedono giustizia.

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    Il Corriere della Sera, 08-06-2001

    Petrolchimico, chiesti 185 anni di carcere per i ventotto imputati

    La requisitoria del pm Casson «Anteposto il profitto alla salute dei lavoratori»

    Venezia, pena più dura per Cefis Petrolchimico, chiesti 185 anni di carcere per i ventotto imputati

    di Gianluca Amadori

    VENEZIA - Sono tutti da condannare, colpevoli di una «dissennata e criminosa attività industriale che ha fatto scempio di una delle più belle lagune d ' Europa» nonché di aver «anteposto il profitto alla salute dei lavoratori», molti dei quali si sono ammalati e sono morti a seguito di lavorazioni pericolose, rischio di cui l' azienda sarebbe stata perfettamente a conoscenza, e che sarebbe stato te nuto nascosto. Il sostituto procuratore di Venezia, Felice Casson, ha concluso con parole pesanti la requisitoria al maxi-processo per il grave inquinamento, per i 157 decessi e le 103 malattie professionali provocati dall' attività del Petrolchimico di Porto Marghera. Nei confronti dei 28 imputati il pm ha chiesto complessivamente 185 anni di reclusione. Le pene più alte - 12 anni - sono quelle che vuole vengano inflitte all' ex presidente dell' Eni e della Montedison Eugenio Cefis, all' ex amm inistratore delegato della Montedison e vicepresidente di Montefibre Alberto Grandi, che fu il presidente dell' Eni all' inizio degli anni Ottanta, e al professor Emilio Bartalini, responsabile del servizio sanitario centrale della Montedison dal 196 5 al 1979. Dieci anni di reclusione sono stati chiesti per altri ex dirigenti: Giorgio Gatti, Renato Calvi, Italo Trapasso e Giovanni D' Arminio Monforte. Otto anni per Giorgio Porta, Paolo Morrione, Mario Lupo, Gianluigi Diaz e Giancarlo Reichenbach . Sei anni per Lorenzo Necci, presidente dell' Enichem dal 1982 al 1990 (e per soli tre mesi di Enimont), nonché per i dirigenti di società del gruppo Eni, Alberto Burrai e Cirillo Presotto. Pene più ridotte, da cinque a tre anni di reclusione, per i direttori dello stabilimento di Marghera, e per gli altri imputati, che secondo Casson avevano minori poteri decisionali rispetto ai vertici. Il pm ha chiesto infine la condanna alle spese processuali e al risarcimento dei danni che, nelle prossime udienze, saranno quantificati dalle parti civili: l' Avvocatura dello Stato ha già annunciato una richiesta tra i 40 mila e gli 80 mila miliardi per conto del ministero dell' Ambiente. Sono servite cinque udienze a Casson per tirare le fila di un pro cesso monumentale, apertosi nella primavera del 1998 con il versamento da parte di Enichem e Montedison di un maxi-risarcimento di una sessantina di miliardi ad alcune vittime del cloruro di vinile monomero, sostanza cancerogena. Da allora si sono ce lebrate oltre 120 udienze, con l' audizione di centinaia di testimoni e l' intervento di 99 periti. Nella requisitoria di ieri, il magistrato ha puntato l' indice in particolare contro Cefis e la sua «squadra» di fidati dirigenti, contro la sua «arro ganza» e le sue «fandonie». Casson ha fatto notare come negli anni della sua presidenza, mentre si lesinavano i soldi per la sicurezza, «non si esitava invece a investire due miliardi, pari a 15 di oggi, in pubblicità sui giornali». Molto critico il pm anche verso Necci: «Quando lo interrogai disse che alcune circostanze non le ricordava e che ci avrebbe pensato... Stiamo ancora aspettando la sua risposta». La sentenza è prevista per l' autunno.

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    Il Corriere della Sera, 21-06-2001

    Venezia, Stato contro il Petrolchimico «Vogliamo 71.551 miliardi di danni»

    Risarcimento chiesto per i morti e l' inquinamento Venezia, Stato contro il Petrolchimico - «Vogliamo 71.551 miliardi di danni»

    di Amadori Gianluca

    VENEZIA - Il Petrolchimico di Porto Marghera avrebbe provocato danni ambientali per 71.551 miliardi. L' avvocato dello Stato , Giampaolo Schiesaro, costituitosi parte civile per la presidenza del Consiglio e il ministero dell' Ambiente, ha presentato un conto vertiginoso a Montedison, Enichem, Eni e Montefibre, chiedendo al tribunale di condannare le aziende per aver inqui nato la laguna di Venezia e il suo entroterra. Non solo: ha chiesto ai giudici di condannare i 28 imputati, amministratori e dirigenti, per il reato di strage colposa, anziché per quello (più lieve) di omicidio colposo plurimo, in relazione agli oper ai morti per la lavorazione del «cvm», fortemente cangerogeno. La richiesta è avvenuta ieri mattina nell' aula bunker di Mestre, nel corso del maxiprocesso seguito all' inchiesta del sostituto procuratore Felice Casson, che a fine maggio aveva conclu so la requisitoria chiedendo pene da 3 a 12 anni. Prima di Schiesaro, nell' udienza di martedì, avevano parlato le altre parti civili (Comune e Provincia di Venezia, Regione, Greenpeace, Medicina democratica e Italia nostra) rivendicando risarcimenti per ulteriori 200 miliardi. I 71.551 miliardi chiesti ieri corrisponderebbero ai danni causati dal Petrolchimico alla falda sotterranea (che la legge considera come fonte di acqua potabile), alle acque di superficie, ai sedimenti e alla fauna laguna re. E' stato calcolato in base all' articolo 18 della legge costitutiva del ministero dell' Ambiente, che prevede la figura del reato ambientale, e in cui «il ripristino delle condizioni ambientali costituisce una sanzione penale accessoria, a fianco di quella risarcitoria». Nel caso in cui la richiesta non venisse accolta, l' avvocato dello Stato ha chiesto al tribunale di condannare le aziende a pagare 11.570 miliardi, pari alla mancata depurazione delle acque di scarico delle lavorazioni. A q uesta somma, andrebbero comunque aggiunti i costi per gli studi e gli interventi di bonifica, progettati o in corso di realizzazione: altri 728 miliardi di lire. E poco importa che l' accordo di programma sulla chimica a Marghera, siglato due anni fa , abbia impegnato le imprese a farsi carico del disinquinamento: «Non ha alcuna valenza transattiva né di risarcimento», ha dichiarato Schiesaro. La Montedison ha definito «esorbitanti» le richieste. In una nota, scrive che «non sembrano possibili co mmenti, mentre risultano necessarie le critiche puntuali ed argomentate degli avvocati che consentiranno di rilevare in sede dibattimentale l' infondatezza della richiesta». Sempre nel pomeriggio le arringhe della difesa. Il primo a prendere la parol a è stato Federico Stella, difensore di due ex dirigenti dello stabilimento del Petrolchimico, Lucio Pisani e Franco Smai. Ha chiesto l' assoluzione: «Questo processo non doveva neppure iniziare perché la prova è impossibile». Domani si torna in aula .

    La vicenda

    LE ACCUSE - Ventotto alti dirigenti di Montedison, Eni, Enichem e Montefibre, che dal ' 70 si sono avvicendati alla guida del colosso chimico, sono accusati di strage colposa, disastro ambientale e violazione delle norme s ulla salute dei lavoratori

    I MORTI - Sono più di 200 gli operai morti di tumore a causa del Petrolchimico. L' inchiesta, avviata nel ' 94, è giunta al dibattimento nel ' 98. A maggio il pm ha presentato richieste di condanna che vanno da 3 a 5 anni.

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    Il Corriere della Sera, 03-11-2001

    Tutti assolti per i veleni del Petrolchimico

    Rissa in aula alla lettura della sentenza. Il pm Casson: decisione che si commenta da sola. La difesa: scelta coraggiosa

    Marghera: il processo contro i 28 dirigenti Montedison ed Enichem accusati della morte di 157 operai che usavano una sostanza cancerogena Tutti assolti per i veleni del Petrolchimico Rissa in aula alla lettura della sentenza. Il pm Casson: decisione che si commenta da sola. La difesa: scelta coraggiosa

    VENEZIA - Tutti assolti i 28 imputati al processo sulle morti al Petrochimico di Marghera. La sentenza è stata letta dal presidente del tribunale Ivano Nelson Salvarani dopo 10 giorni di camera di consiglio. Il processo riguardava 157 morti accertate e 103 casi di cancro. Il pm Felice Casson, nella sua requisitoria durata cinque giorni, aveva chiesto complessivamente 185 anni di carcere. Dopo la lettura della sentenza ci sono stati momenti di forte tensione. Urla di «vergogna» e «assassini», rissa per aprire uno striscone dentro l'aula bunker di Mestre. Le imputazioni. Pesanti i capi d'accusa: strage, omicidio e lesioni colpose plurime, - per aver causato morti da tumore (157 le vittim e) e malattie (103) tra gli operai addetti alle lavorazioni di Cvm e Pvc - e disastro colposo, per aver inquinato con gli scarichi aria, suolo, sottosuolo e acque lagunari, avvelenando anche pesci e molluschi. Le reazioni. Il pm Felice Casson non ha voluto rilasciare dichiarazioni: «La sentenza si commenta da sola». Il prosindaco di Venezia Gianfranco Bettin è scoppiato in lacrime: «E' una sentenza assurda. Per questo Tribunale Porto Marghera non è mai esistito, e questi operai sono morti non si sa di che cosa». L'avvocato Pierfranco Pasini, del collegio di difesa: «Il problema del processo non era stabilire di cosa questi operai siano morti, ma di capire se gli imputati sono responsabili della loro morte. Il tribunale ha detto che non lo sono, con grande coraggio». «Ha vinto la grande industria, l' operaio non ha tutela». Questo il commento dell'avvocato Eugenio Vassallo, legale di parte civile per il Comune di Venezia e la Regione Veneto. Alle pagine 2 e 3 Amadori, Fumagalli, Trocino

     

    I PROTAGONISTI

    FELICE CASSON Pubblico ministero nel processo del Petrolchimico. Nato a Chioggia 48 anni fa, è entrato in magistratura nel 1980. Ha condotto le indagini sulla strage di Peteano, sul caso Gladio, sull' incendio del teatro La Fenice IVANO NELSON SALVAR ANI Presidente della prima sezione penale del tribunale che ha emesso la sentenza sul Petrolchimico. Negli anni Ottanta, da pubblico ministero, ha condotto le prime indagini nel Veneto sull' intreccio tra affari e politica FEDERICO STELLA Ha coordina to la difesa degli imputati nel processo del Petrolchimico. Ha 66 anni ed è docente di diritto penale all' università Cattolica di Milano. Giurista di fama, ha appena pubblicato il volume «Giustizia e modernità» GIAMPAOLO SCHIESARO Avvocato dello Sta to, nel processo per il Petrolchimico rappresentava la parte civile per il governo e il ministero dell' Ambiente. E' stato pretore in diverse città prima di entrare nell' Avvocatura dello Stato nel ' 96

     

    Petrolchimico di Marghera, tutti assolti

    Morirono 157 operai. I giudici: innocenti i 28 dirigenti Montedison e Enichem. Il sindaco: è sorprendente Polemiche e tensione dopo la sentenza Il Tribunale: solo dal 1973 si sa che il Cvm è nocivo

    di Amadori Gianluca

    Petrolchimico di Marghera, tutti assolti Morirono 157 operai. I giudici: innocenti i 28 dirigenti Montedison e Enichem. Il sindaco: è sorprendente

    VENEZIA - Tutti assolti. Nell'aula bunker di Mestre è calato un silenzio incredulo alla lettura delle sei pagine della sentenza che ha chiuso il processo per 157 morti e decine di malattie attribuite alla lavorazione del Cvm, il cloruro di vinile monomero al Petrolchimico di Marghera (4.500 dipendenti, il cuore della chimica italiana). Dopo 150 udienze, tre anni e mezzo di processo, il Tribunale presieduto da Ivano Nelson Salvarani ha concluso nel modo che nessuno si aspettava: innocenti i 28 imputati, amministratori e dirigenti di Montedison ed Enichem, i due colossi della chimica che hanno gestito dagli anni Settanta in poi gli stabilimenti del Petrolchimico. Conclusioni ben diverse da quelle del pm Felice Casson, che si era battuto per ottenere la loro condanna a 185 anni di reclusione, ritenendo che gli imputati conoscessero i rischi connessi alla lavorazione del Cvm ma non avessero fatto nulla per salvaguardare la salute dei lavoratori e limitare l'inquinamento della laguna, avvelenata da sostanze chimiche. I reati contestati erano omicidio colposo, lesioni, disastro ambientale e avvelenamento delle acque. L'inchiesta era iniziata nel 1994, con la denuncia di un operaio-eroe, Gabriele Bortolozzo, morto qualche anno fa. Casson aveva scovato documenti che provavano che nel 1973 c'era stato un patto tra le industrie chimiche per tener segreti i danni da Cvm. «Le aziende hanno anteposto il profitto alla salute dei lavoratori e hanno fatto scempio di una delle più belle lagune del mondo», ha sostenuto Casson. Il Tribunale non è stato dello stesso avviso e, accogliendo le richieste dei difensori, coordinati dal professor Federico Stella, ha assolto il vertice che guidò la chimica italiana, Montedison, Enimont ed Enichem: Eugenio Cefis, Giuseppe Medici, Giorgio Porta, Lorenzo Necci, e un gruppo di ex dirigenti delle ste sse aziende. Concluso il processo, mentre la tensione saliva in aula, tra le lacrime del prosindaco Gianfranco Bettin e la rabbia di centri sociali e ambientalisti, Salvarani ha spiegato cosa ha portato il Tribunale a decidere l' assoluzione. Ha spie gato che solo una parte delle malattie per cui sono morti gli operai possono essere riferite al Cvm: in particolare l'angiosarcoma, le epatopatie e il morbo di Raynaud. E ha aggiunto che «tutte le malattie da Cvm sono riconducibili all'elevata esposizione subita dagli anni Cinquanta fino ai primi anni Settanta, quando si ignorava la tossicità del Cvm, che fu evidenziata solo nel 1973». Dopo quell'anno, secondo i giudici, Montedison ed Enichem «realizzarono tempestivamente gli interventi sugli impianti necessari a ridurre l'esposizione dei lavoratori a livelli compatibili con le norme di protezione, che solo allora il legislatore emanò». Il presidente ha aggiunto che è risultato che nessun operaio assunto a Porto Marghera dopo il 1967 abbia riportato malattie da Cvm. Dalla relazione 2000 dell'Istituto per la ricerca sul tumore emerge addirittura che in tutta Europa nessuno degli addetti al Cvm tra gli assunti dopo il 1973 si è ammalato. Restavano le accuse di disastro ecologico e avvelenamento di falde acquifere e di pesci e molluschi: «Il processo ha consentito di accertare che lo stato di inquinamento dei canali industriali, pur sussistente, si riferisce ad epoche in cui non esistevano norme di protezione ambientale - hanno spiegato i giudici - che furono emanate e rese effettive tra metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Lo stato attuale di contaminazione dei canali e degli organismi in esso viventi - ha concluso il Tribunale - pur essendo rilevante, non è tuttavia tale da costituire, secondo i parametri dell'Organizzazione mondiale della sanità, un pericolo reale per la salute pubblica». Un verdetto che ha subito sollevato polemiche. «Una sentenza sorprendente - commenta il sindaco di Venezia Paolo Costa - mi stupisce che non ci sia alcun riferimento ai danni ambientali di una pagina dolorosa per la città». «Una vergogna di Stato», l'ha definita il leader di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti. Ancora più dura la portavoce dei Verdi, Grazia Francescato: «Siamo al Far West nel quale la vita umana non conta più nulla. È una licenza di uccidere». Ma per i «signori della chimica» rimasti per tre anni e mezzo sul banco degli imputati è una vittoria. Un successo che sembrava irraggiungibile, almeno all'inizio del dibattimento, quando le aziende versarono ai parenti delle vittime 70 miliardi di risarcimento. Gianluca Amadori

     

    Il Cvm: a cosa serve, e quali malattie provoca

    L'IMPIANTO

    Al Petrolchimico di Marghera lavorano 4.500 persone, d i cui 2.200 di Enichem

    I CICLI

    Il Petrolchimico si occupa del ciclo di clorosoda e propilene. L'Evc produce il Cvm; Ausimont l'acido fluoridico; Montefibre si occupa di fibre chimiche. Recentemente l'azienda americana Dow Chemical ha acquistato il ciclo dei poliuretani

    IL CVM

    Il cloruro di vinile monomero è la sostanza usata per la fabbricazione di oggetti in Pvc come bottiglie di plastica e giocattoli

    LE MALATTIE

    L'elevata esposizione al Cvm è causa di gravi malattie quali l'angiosarcoma (tumore ai vasi sanguigni), le epatopatie e il morbo di Raynaud (ipersensibilità degli arti al freddo)

    AL PROCESSO

    Al processo è stato accertato che solo parte delle morti era riconducibile al Cvm e che l' elevata esposizione subita è avvenuta tra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta, quando si ignorava la tossicità, evidenziata solo nel 1973

     

    UCCISI DALLE SIGARETTE?

    di Stella Gian Antonio

    E perché sarebbero morti di cancro, tutti questi operai di Marghera: troppe sigarette e troppi cabernet? «Tutti moriamo, prima o poi», sbuffa epicureo Pierfranco Pasini, che coordinava la difesa Enichem: «Il problema non era sapere di cosa sono morti. Ma se gli imputati erano responsabili del loro decesso». Non lo erano, dice il verdetto. Tutti assolti. Peccato soltanto, sospira l'avvocato, avere in qualche modo riconosciuto le responsabilità della fabbrica pagando 63 miliardi a un po' di operai minati dal tumore e ai parenti di un po' di morti perché si ritirassero dal processo: «Vista la sentenza...». Sessantatré miliardi buttati via. «Vergognatevi! Che schifo! Vergognatevi!», urlano piangendo in fondo alla sala i parenti delle vittime. «Assassini!», grida Luca Casarini, venuto con un po' di autonomi e uno striscione che già prefigurava una sentenza che per quasi tutti i presenti è invece sbalorditiva. Sono le quattro del pomeriggio. Felice Casson, il pm che per sette anni ha cercato d'inchiodare il Petrolchimico di Marghera per la morte di almeno 157 lavoratori (ma forse 257) è schiantato dalla sorpresa e dall'amarezza. Si leva la tonaca e fila via. Muto. Nelson Salvarani, il presidente della corte, no. Sa di aver dato col suo verdetto una sberla tale alle attese di centinaia di figli rimasti orfani e di mogli rimaste vedove, che rompe le regole del silenzio per spiegare lui stesso come mai i giudici abbiano adottato la tesi della difesa. Dice che tutte le malattie causate dal Cvm (cloruro di vinile monomero, il prodotto base per la plastica) «sono riconducibili alle molto elevate esposizioni» di anni lontani, che allora non c'erano leggi severe, che da quando i rischi di quella produzione sono stati accertati «prima Montedison e poi Enichem realizzarono tempestivamente gli interventi sugli impianti» necessari a salvare la vita ai lavoratori... «Tutti moriamo, un giorno o l'altro. Anche lei. Oppure crede d'esse re immortale?», insiste l'avvocato Massimo Dinoia sfidando sarcastico il cronista sottomano. Anche Ennio Simonetto sapeva di dover morire. Ma forse avrebbe voluto arrivare a 53 anni. Al Petrolchimico lavorava alle autoclavi. Cioè a quelle specie di enormi pentoloni dove le sostanze letali venivano «bollite» per fare il Cvm. E dopo aver seguito la lavorazione lui e gli altri entravano nel pentolone per togliere le croste come si faceva una volta con la polenta raschiando la pignatta. Così pericolosa era, quella maledetta operazione svolta tra odori nauseabondi spesso senza maschera, che i poveracci battevano sulle pareti con martelli di bronzo perché non partisse la scintilla e non saltasse in aria tutto. Al processo i parenti e gli avvocati, dopo averlo pianto, han dovuto difendere Ennio anche nella figura morale. Spiegare che no, il cancro non gli era venuto dalle cicche perché non fumava per niente. E neanche la cirrosi gli era venuta dal bere perché beveva in modo moderato, tre bicchieri a pasto. E raccontare che aveva passato gli ultimi mesi dentro e fuori dagli ospedali per una broncopolmonite e poi un tumore al fegato e poi un angiosarcoma. E mentre si spegneva rantolando, nelle ultime settimane gli mandavano a casa il medico fiscale perché pensavano facesse il furbo. E intanto l'ingegner Angelo Sebastiani, per il quale Casson avrebbe chiesto inutilmente 4 anni di carcere, si lagnava col Gazzettino di questi operai che «sono degli scansafatiche», «assenteisti», «vagabondi»... I dati citati al processo, presi dai rapporti delle massime autorità scientifiche internazionali, non lasciano dubbi: le possibilità di essere colpiti da un angiosarcoma sono una su 10 milioni. Un rischio minimo. Che però si era moltiplicato di 600 volte tra la «coorte» (così si chiama, come i reparti dell'antica Roma) degli addetti al Cvm. E di 6.000 (seimila!) volte tra gli addetti alle autoclavi. Cifre che non lasciano margini a dubbi. Lo stesso Salvarani arriverà ad ammetter e che «l'evidenza scientifica a disposizione permette di ritenere che da esso sia causato l'angiosarcoma epatico». Eppure udienze su udienze, tra le lacrime dei parenti, sono state dedicate alle osservazioni maligne dei periti della difesa come Marcello Lotti sul tema: siamo sicuri che tutti questi operai siano stati colpiti dal cancro per colpa dei prodotti chimici? E se fosse perché fumavano? Si sa che gli operai fumano. E se fosse perché bevevano? Si sa che gli operai bevono. I veneti poi! E via con frasi tipo: «Qualcuno negava di bere alcol in grandi quantità, ed in clinica spesso ricordo che si diceva "probabilmente è un nascosto". Gli alcolisti nascosti esistono. Sembrerebbe un'ipotesi ad hoc, ma in realtà esistono...». Il tutto in un contesto spettrale di fumi e di tanfi e di operai dai polmoni marci e dagli occhi pesti come nei dagherrotipi ottocenteschi. Con le parti civili a ricordare che la conta dei lavoratori del Petrolchimico uccisi dal cancro era salita di altre 33 croci mentre il processo era in corso. Ed esperti come Luigi Mara a dimostrare come ancora nel 1985 (alla faccia della tesi secondo cui la pericolosità dei reparti a rischio era stata quasi annullata nel 1973) lo stesso bollettino Montedison citava una concentrazione di piombo 2.091 volte superiore al lecito. E la difesa a sostenere che no, non è detto che siano le vongole e le cozze (15.500 quintali sequestrati perché pericolosi nel 2000) a far male alla salute per colpa di 1.600 chili di diossina (ne basta un grammo per arrivare alla dose consentita per 4 milioni e mezzo di persone di 60 chili) buttati in laguna. E Casson a sbottare ironico: «Che la gente stia male per l'aglio?». Tutto finito. Tutti a casa. Nessun colpevole. Neanche Eugenio Cefis, che al processo aveva sostenuto che sotto la sua presidenza «la sicurezza dei lavoratori e la salvaguardia dell'ambiente» erano «l'obiettivo prioritario ed ineludibile». Neanche i responsabili di quella circolare del ' 77, era cefisiana, in cui si sosteneva che poiché l'impresa «ha come fine il profitto» occorreva andarci piano con le costose manutenzioni: «bisogna correre dei ragionevoli rischi». Quali? Non quelli di finire in galera, dice la sentenza di ieri. Basti ricordare, a corredo dell'assoluzione perché «il fatto non sussiste» anche per il reato di inquinamento, due cifre. Sapete quante tonnellate di fanghi mercuriosi il Petrolchimico ha continuato a buttare in laguna? 2.400 l'anno. L'equivalente di 80 camion cisterna. E sapete quante tonnellate di residui di lavorazioni chimiche escono ancora oggi dallo SM15, lo scarico principale dell'Enichem? Quattrocentomila. Il carico di 20 mila tir. Ve li immaginate? Cinquantacinque autotreni al giorno svuota ti in acque profonde in media 110 centimetri. Davanti alla più bella città del mondo. Mentre i dépliant cantano la bellezza delle garzette e degli aironi cinerini.

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    Il Corriere della Sera, 05-11-2001

    Il giudice Salvarani: criticatemi pure, ho la coscienza a posto

    di Fumagalli Marisa

    DOPO IL VERDETTO Il giudice Salvarani: criticatemi pure, ho la coscienza a posto

    «L'opinione pubblica ha il diritto di esprimere critiche, perplessità, osservazioni su una sentenza che ha affrontato un caso giudiziario difficile e importante. Ma i giudici che l'hanno pronunciata devono sentirsi in pace con la loro coscienza. Non c'è altro d'aggiungere». L'«ammiraglio» Ivano Nelson Salvarani, presidente del Tribunale che ha assolto tutti gli ex dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera, è appena rientrato a Venezia, dopo uno stacco di 24 ore fuori città. L'ultimo spicchio domenicale lo trascorre nella sua casa di Cannaregio, in uno degli angoli più suggestivi e «autentici» della città. Non si nega al telefono, ma, in tono cortese, confida di essere infastidito per l'interesse creatosi attorno alla sua figura. «Di me hanno parlato fin troppo», taglia corto. Salvarani non capisce perché si debba mettere in rapporto la sua estrazione culturale , le sue idee, con le conclusioni del processo al gotha della chimica. Forse ha ragione lui, il magistrato sessantaduenne in servizio da molti anni a Venezia, di origini emiliane, con un nome di battesimo così impegnativo, Nelson, da attirare un soprannome adeguato. Che c'entra, infatti, l'essere tra i fondatori di «Magistratura democratica» con l'ultimo verdetto emesso nell'aula bunker di Mestre? Che c'entra l'essere stato tra i candidati sindaci in pectore della sinistra veneziana con le assoluzioni di alti dirigenti dell'industria? «Una sentenza dev'essere credibile per quella che è - spiega Salvarani -. Certo, non va paragonata ad altre, e tanto meno deve aver a che fare con i precedenti del giudice». Eppure, per alcuni, sembra impossibile scindere l'uomo dal magistrato. E' successo allora che, da una parte, si è detto che la sua «è stata una sentenza coraggiosa»; dall'altra, ci si è stupiti, ritenendola anomala per «un magistrato democratico». Ed ecco che le tappe della carriera di Salvarani vengono passate al setaccio. Conclusione di chi lo accusa: cominciò da pretore d'assalto, è finito con il portare acqua al mulino dei padroni. Si è ricordato, per esempio, che, quand'era pm, avviò un'inchiesta su Gianni De Michelis, ex ministro e socialista eccellente di Venezia, e sul democristiano Carlo Bernini, presidente della Regione. Erano gli inizi di Tangentopoli. Salvarani fu additato come fiancheggiatore dei comunisti nell'opera di distruzione di Psi e Dc. Non è tutto. In altri processi meno clamorosi, «l'ammiraglio» sembrò distinguersi per lo stare dalla parte dei deboli. Pregiudizi? Illazioni? Forse sì. Ivano Nelson Salvarani rivendica credibilità e indipendenza. Certo, con la clamorosa sentenza sul Petrolchimico, si è reso conto di aver sconcertato l'opinione pubblica. Tanto che, facendo uno strappo alle regole, dopo la lettura del verdetto ha anticipato ai giornalisti le linee-guida che hanno ispirato l'assoluzione. Adesso, assieme ai d ue giudici a latere, il presidente del Tribunale si accinge a stendere le motivazioni: «Sarà un lavoro complesso, così come lo è stato lo svolgimento del processo. Ma opereremo ancora con scrupolo e impegno».

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    Il Corriere della Sera, 06-11-2001

    Nordio difende Salvarani: non c' erano prove per condannare

    di Fumagalli Marisa

    Nordio difende Salvarani: non c' erano prove per condannare

    «Onore al merito di Salvarani», dice Carlo Nordio, sostituto procuratore di Venezia, presidente in pectore della Commissione per la riforma del codice penale. E spiega: «L'indipendenza e il rigore giuridico dimostrati con la sentenza sul Petrolchimico mi hanno fatto riflettere. E ora un tarlo comincia a rodere una mia, quasi granitica, convinzione». Quale? «Sono un sostenitore della separazione delle carriere in magistratura. Penso che un pubblico ministero, passando a svolgere il ruolo di giudice, si porti appresso, inevitabilmente il pregiudizio "accusatorio". Ebbene, Salvarani mi ha dato una lezione. Egli è stato pm (per inciso, sulla Tangent opoli veneta abbiamo lavorato entrambi), quindi giudice. Ricoprendo con grande preparazione e credibilità sia l'uno che l'altro ruolo. Il processo di Mestre? Difficile, delicato, carico di aspettative. Ma, poiché le prove non hanno retto, il Tribunale ha assolto». Lode a Salvarani, dunque. Eppure, culturalmente e politicamente non siete sulla stessa lunghezza d'onda. Lei, di formazione liberale, corteggiato dal centrodestra; il presidente del Tribunale, fondatore di Magistratura democratica, ha idee di sinistra. «Che importanza ha? Può stupirsi solo chi guarda alla giustizia con lenti colorate. Conseguenza inevitabile della politicizzazione dei magistrati». In che senso? «Io non dubito che un magistrato, di destra o di sinistra, si comporti nella sostanza, con correttezza ed equilibrio. Nell'immaginario collettivo, però si fa strada l'idea che gli atti giudiziari siano conseguenti alle diverse idee politiche. Lo dimostrano, del resto, le reazioni alla sentenza». Parliamone. Si è stupito dell'alzata di scudi contro il verdetto? «Ho notato che molti politici, fautori dello slogan "le sentenze s'impugnano, non si discutono", hanno perso un'occasione per stare zitti. Intendiamoci, le voci venivano da sinistra; ma, sono pronto a scommettere che, in diverso contesto, avrebbero reagito gli uomini di destra. Ancora: trovo singolare che certa stampa evidenzi il fatto che proprio un giudice "democratico" abbia assolto i manager della grande industria». Lo sconcerto maggiore, i n verità, lo si leggeva negli occhi e nelle lacrime dei parenti delle vittime di Porto Marghera. «Il processo andava fatto; ma non c'è da meravigliarsi che sia finito così. In attesa della motivazione della sentenza, osservo che, spesso, si fa confusione tra responsabilità morale, civile, penale. Mi spiego: le responsabilità oggettive della fabbrica inquinante sono emerse con chiarezza. Era giusto attendersi un mea culpa etico e il risarcimento del danno. Ma ciò non significa automaticamente affermare le colpe soggettive dei vari dirigenti. Per giudicarli penalmente responsabili occorrevano prove inoppugnabili».