Rasegna stampa: "Il Manifesto "

Rasegna stampa

  • Il Manifesto

    Il Manifesto, 20-11-1997

    STORIA DI UN CRIMINE CHIMICO

    di Paolo Rabitti, Ingegnere ed urbanista, consulente del pm Felice Casson

    Venerdì 13 marzo 1998 inizierà il processo per strage e disastro colposi, avvelenamento di acque colposo ed altri reati contro alcuni dei più noti esponenti della chimica italiana. Il prosindaco di Venezia, Gianfranco Bettin, ha già detto che sarà un giudizio definitivo che avrà portata storica. La vicenda è lunga e complessa: si svolge nell'arco di quasi trent'anni e parte dai primi studi di un medico della Solvay di Rosignano, P. L. Viola, che portarono alla scoperta della cancerogenicit del cloruro di vinile monomero (Cvm), comunicata nel 1970 al congresso mondiale di Houston.

    La vastità delle indagini preliminari può essere sintetizzata ricordando le decine di migliaia di documenti consultati e di pagine in atti, i 188 tra interrogatori e audizioni e le 29 perizie tecniche disposte dal pubblico ministero Felice Casson, nonché il lavoro ormai pluriennale della Guardia di Finanza e del Corpo Forestale. L'inchiesta è partita dopo la pubblicazione su "Medicina Democratica" del lavoro dell'operaio autodidatta Gabriele Bortolozzo, che, dopo aver visto morire per tumore i suoi compagni di lavoro, ha svolto un'indagine epidemiologica, evidenziando l'eccesso di mortalità per tumori tra gli operai addetti al ciclo di produzione del Pvc-Cvm. L'indagine preliminare ha accertato che Bortolozzo aveva ragione, pur con i limiti derivanti dall'essersi affidato per la raccolta dei dati alla memoria storica dei lavoratori, alle interviste dei familiari e ai compagni di lavoro.

    Le varie consulenze epidemiologiche disposte dal Pm hanno dimostrato che vi è stato un aumento anomalo di vari tipi di tumore, tra i quali spicca l'altrove rarissimo angiosarcoma epatico, da 25 anni pacificamente collegato al contatto con il Cvm. I più colpiti sono gli operai che entravano nelle autoclavi per pulirle: per loro il rischio di contrarre questo tipo di tumore raggiunge l'iperbolico livello di seicento volte la frequenza attesa.Anche Bortolozzo faceva questo lavoro: nella sua squadra erano in sei, gli altri cinque sono tutti morti di tumore, lui invece è morto poco tempo fa, investito da un Tir mentre tornava a casa in bicicletta.

    Le responsabilità verranno accertate durante il processo, ma già l'indagine preliminare ha stabilito alcuni punti fermi che opportuno elencare per evitare polveroni: si è letto, ad esempio, che la nocività del Cvm sarebbe stata nota alle istituzioni a partire dal 1987. Invece è stato nel '72 che l'oncologo professor Maltoni ha informato il mondo scientifico e i produttori di Pvc della cancerogenicità del Cvm, secondo i risultati di ricerche finanziate proprio da Montedison. Solo tre anni dopo, nel '75, furono messi in funzione in alcuni reparti gli impianti di rilevazione delle concentrazioni nell'aria di questo gas, che, come per miracolo, improvvisamente scesero a picco. Infatti, contrariamente alle richieste del sindacato, allo strumento di misura non arrivavano campioni d'aria di un singolo posto di lavoro, ma di una zona che poteva comprendere oltre sei punti di prelievo sparsi su una lunghezza di un centinaio di metri, una specie di cocktail.Una verifica effettuata dai periti nell'estate '96 ha dimostrato, dopo vent'anni che funziona, l'inadeguatezza del sistema di rilevazione, che non risulta essere mai stato controllato da Usl o predecessori.

    In alcuni reparti il problema proprio non si poneva: va ancora segnalato - scrive Casson nella richiesta di rinvio a giudizio - come ancor meno tutela e ancor meno garanzie degli altri abbiano avuto gli operai dipendenti da cooperative che lavoravano in appalto presso lo stabilimento petrolchimico, con le gravi conseguenze che si ricavano dalle relazioni dei consulenti medici, quasi che i dipendenti delle ditte d'appalto, addetti ai lavori più umili e rischiosi, fossero vera e propria "carne da macello". Inspiegabilmente, le zone in cui lavorava soprattutto questa categoria di lavoratori erano (come quella dell'insacco) addirittura fuori della zona considerata a rischio e, quindi, in una zona che era praticamente esclusa da ogni seppur minima tutela.

    Negli anni '70 le emissioni in atmosfera di Cvm si aggiravano intorno ai diecimila chilogrammi/giorno, con le conseguenze che è facile immaginare per la popolazione. Valutazioni dell'azienda stimano emissioni di 800 tonnellate/anno nel 1989, ridotte a 8 nel '93. Oltre all'inquinamento cronico (ad esempio le diossine trovate recentemente nello scarico SM12), vi è l'enorme problema ambientale dei milioni di tonnellate di rifiuti speciali e tossico-nocivi, smaltiti abusivamente in una ventina di discariche incontrollate interne ed esterne all'azienda. L'eliporto di Raul Gardini (antico proprietario di Montedison, poi suicida, ndr.), per esempio, una volta era un laghetto, riempito fino a metà degli anni '80 con rifiuti tossico-nocivi, a diretto contatto con la falda. Solo all'interno dell'Enichem la Forestale ha rinvenuto 340 mila metri cubi di rifiuti contaminati da ammine aromatiche, solventi organici aromatici, Pcb, metalli pesanti e così via.

    In previsione della joint-venture con Enimont, venne incaricata la American Appraisal (1988) di valutare lo stato degli impianti. In tre settimane la società espresse le valutazioni richieste, raccomandando anche un'indagine più approfondita sui terreni interni agli stabilimenti Enichem e Montedison utilizzati in passato per lo smaltimento dei rifiuti, onde accertare eventuali pericoli di contaminazione delle falde sottostanti e segnalando possibili problemi economici e di responsabilità civile e penale per i futuri proprietari delle aree. Vennero evidenziate anche le alte concentrazioni di inquinanti emesse dagli impianti del Cvm-Pvc e cloruro di benzile.

    Queste considerazioni vennero cancellate dal rapporto finale del 21 ottobre '88 su indicazione dei vertici tecnici Enichem e Montedison impegnati nelle trattative, scrive Casson, che conclude così la sua prima richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Cefis, Necci, Schimberni ecc.Ancor più agghiacciante, pur non essendo strabiliante, è considerare come i "cordoni della borsa" siano sempre rimasti ben stretti, quando si trattava di investimenti e di spese necessarie a garantire la sicurezza dei lavoratori e delle persone esterne alla fabbrica; mentre non altrettanto ben stretti sono stati tali cordoni, quando si è trattato di gestire fondi societari "in nero" o per tangenti, come emerge pure dagli atti acquisiti presso l'autorità giudiziaria di Milano. Il riferimento al "tangentone" Enimont è evidente.

    Nel 1971, l'Istituto "Regina Elena" di Roma segnalò al ministero della sanità che il cloruro di vinile, cioè il monomero capostipite di tutte le plastiche poliviniliche, è un oncogeno a elevatissima potenzialità, notizia riportata anche da l'Unità del 2 marzo '71. Per avere una legge che tutelasse i lavoratori ci sono voluti undici anni; Casson si è chiesto perché questa segnalazione sia stata insabbiata ed ha predisposto indagini in merito, ancora in corso.

    Da queste sintetiche note si può apprezzare la complessità della vicenda, che a Venezia si è conclusa in un processo grazie alla generosa testardaggine di Gabriele Bortolozzo ed alla presenza di un magistrato come Felice Casson; ci si chiede ora se, negli altri stabilimenti italiani del ciclo del cloro e, specialmente, del Cvm-Pvc, non sia successo niente.

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    Il Manifesto, 30-05-1998

    AMBIENTE IL PROCESSO ALL'ENICHEM

    "A Porto Marghera cinismo senza scuse"

    Durissimo intervento del pm Felice Casson al dibattimento per strage contro il vertice dell'azienda. Parole severe anche contro il sindacato

    di Manuela Cartosio

    Durissimo sul "cinismo" dei vertici del Petrolchimico di Marghera, critico verso l'eccessiva "morbidezza" del sindacato. Con l'intervento del pm Felice Casson il processo contro 31 dirigenti di Montedison, Montefibre ed Enichem è entrato nel vivo.

    Facendo scintille. Quasi a ribadire che i 63 miliardi pagati dalle aziende per far uscire dal processo quasi tutte le 507 vittime costituitesi parte civile non cambiano di una virgola la gravità delle accuse: 149 operai morti di tumore, 377 ammalati, tonnellate di sostanze inquinanti disperse nell'aria e in laguna o nascoste sotto terra. Fatti che tradotti in reati si chiamano: strage e disastro colposo, avvelenamento delle acque e di sostanze alimentari, abbandono di rifiuti tossici, realizzazione di discariche abusive.

    Il primo obiettivo del rappresentante dell'accusa è stato quello di togliere agli imputati l'alibi del "noi non lo sapevamo". I danni del Cvm (cloruro di vinile monomero) - ha affermato Casson - erano noti fin dal '72. Ciò nonostante, i dirigenti del Petrolchimico, su indicazioni superiori, decisero di "correre dei rischi" pur di far quadrare i bilanci. Rischi scaricati sulla pelle degli operai. Tra il '77 e il '78 solo 11 operai vennero spostati dal reparto più pericoloso. 19 di quelli che continuarono a lavorarci sono andati via di lì solo perché morti o perché congedati per malattia. Tra gli addetti all'autoclave i deceduti sono stati 18, 16 dei quali per tumore. Alla "rimozione del problema Cvm" -ha aggiunto il pm - collaborò il clima politico-sindacale dell'epoca. Compromesso storico, terrorismo, ristrutturazioni "ammorbidirono" l'attenzione del sindacato sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Di questo atteggiamento i padroni della chimica "approfittarono cinicamente". Anche chi, come questo giornale, pensa che le ricostruzioni storico politiche debbano restare fuori dalle aule di giustizia, converrà che Casson dice una cosa talmente vera da essere banale. Che non necessita, per essere dimostrata, l'acquisizione agli atti - chiesta dal pm - di un articolo del '78 del segretario della Cgil Luciano Lama.

    Lo stesso sindacato "rimproverato"da Casson è parte civile in questo processo e vogliamo credere che il rovesciamento di fronte non sia solo di facciata. Oltre alle parti civili collettive (Comune di Venezia, Legambiente, Greenpeace, Medicina democratica) restano nel processo cinque operai e i figli di Gabriele Bortolozzo, il lavoratore che da solo ha ricostruito i dati sull'incidenza dei tumori al Petrolchimico. Attraverso il loro avvocato, Gianluca e Beatrice Bortolozzo dicono di non essere interessati al risarcimento, ma di non voler in alcun modo criticare la scelta dei compagni del padre: "A loro il risarcimento spetta di diritto, se lo sono conquistato anche con la tenacia con cui hanno voluto il processo". Gli avvocati delle parti civili che hanno accettato il risarcimento considerano quella di ieri "una giornata storica per la giustizia italiana": per gli omicidi bianchi di Porto Marghera si è ottenuto, prima ancora del dibattimento, ciò che non è stato ottenuto "per altre tragedie come quelle del Vajont e di Stava". L'avvocato Zaffalon definisce i 63 miliardi "una cifra congrua sulla base dei conteggi valutativi delle posizioni dei singoli danneggiati". Quei 63 miliardi serviranno sicuramente ad alleggerire la posizione degli imputati, ma sono un'ammissione di colpevolezza.

    Fuori dall'aula bunker di Mestre i centri sociali e i Verdi hanno alzato quello che l'Ansa chiama un gazebo (non si potrebbe usare una parola diversa?). E' il propototipo delle 60 tende sotto le quali il 6 e 7 giugno centri sociali e Verdi terranno un referendum per eliminare le produzioni cancereogene e chiudere gli impianti ad alto rischio industriale.

    Il presidente dell'Enichem Vittorio Mincato, con singolare tempismo, ha scelto proprio la giornata di ieri per lanciare dal Sole 24 ore l'ultimatum all'amministrazione comunale di Venezia: il petrochimico "ha smesso d'inquinare", vogliamo un sì o un no definitivo prima di varare nuovi investimenti. "Però non chiedeteci di fabbricare caramelle, sappiamo fare bene solo la petrochimica". Sbaraccare per l'Enichem "non è un tabù"... "a patto che ci diano quindici anni di tempo".