Rasegna stampa: "Il Sole 24 ore "

Rasegna stampa

  • Il Sole 24 ore

    29-5-1998

    Il presidente Mincato: "Ora le produzioni sono pulite, ma servono certezze per varare nuovi investimenti"

    Venezia, Enichem vuole un verdetto

    "Siamo pronti anche a chiudere"

    Mariano Maugeri

    Un fortino assediato. Ecco che cos’è la chimica a Marghera. Non passa giorno senza che l’area dove il conte Volpi di Misurata creò negli anni 30 il polo industriale nazionale non finisca in prima pagina: gli operai morti per tumore nell’impianto Cvm, i magistrati che passano a setaccio gli scarichi in mare, quelli in aria, gli stoccaggi dei materiali di scarto. Indagini infinite, fino all’ultima notizia di tre mesi fa: i fosfogessi, cioè i residui della lavorazione dei fertilizzanti, oltre che inquinanti sono anche radioattivi. Inutile negarlo: Venezia è stanca della chimica. Troppo stanca e spaventata dagli errori del passato per apprezzare la rivoluzione tecnologia varata da Enichem negli ultimi anni: un lavoro costato fino a oggi 130 miliardi e per il quale nei prossimi tre se ne spenderanno altri 360. Una montagna di miliardi che però non ha seppellito la diffidenza dei veneziani. Ma loro, gli

    assediati e soprattutto il comandante in capo dell’esercito Enichem, come la pensano?

    Per capirlo basta salire al 14° piano di un palazzo di vetro e cemento che domina il panorama della periferia est di Milano: lì, a San Donato, c’è un veneto di Schio a cui tocca il compito di affrancare la chimica veneziana dai misfatti del passato: Vittorio Mincato, presidente Enichem, è un decano dell’Eni («insieme con il presidente Guglielmo Moscato ho il record di anzianità: 41 anni», dice con orgoglio). Fisico scattante, una passione per il jogging e un modo di fare tutto veneto che si può riassumere nel motto: «Lavora e tasi». Ma tacere, a differenza che lavorare, qualche eccezione la contempla. Le ossessioni di Mincato si chiamano Manfredonia e Cengio. Spiega: «Furono errori capitali: come si fa a ostinarsi nella difesa di un impianto quando il territorio che ti ospita si rivolta contro? No, se i cittadini non ti vogliono non ce la farai mai. Anche se prometti che al posto della chimica imbottiglierai acqua minerale». Non sa fare a meno della schiettezza, Mincato. Anche se un cruccio ce l’ha: «C’è un paradosso in tutto quello che accade a Venezia. Io capisco l’indignazione dei cittadini, ma oggi la situazione è completamente cambiata: abbiamo smesso da un pezzo

    di inquinare. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Se qualcuno lo provasse chiuderemmo gli impianti senza pensarci due volte. Di più: siamo pronti a comprare tecnologie ancora più pulite, come quella che consente di sostituire l’impianto di celle a mercurio con quello a membrane per produrre clorosoda. Ma se ci impediscono di sfornare il Pvc o il Tdi, cioè le produzioni a valle del cloro, a che servirebbe? Ecco, io vorrei che i veneziani decidessero. Qualunque sia il verdetto noi ne prenderemmo atto. Sì, accetteremmo anche di sbaraccare, di chiudere gli impianti, a patto che ci diano quindici anni di tempo». Una provocazione, quella del presidente Enichem? «No — risponde — a me non piacciono le provocazioni. E neppure i ricatti. Certo, in quel caso dovremmo ridisegnare la chimica italiana: Marghera attraverso una rete di condotte alimenta gli impianti di Mantova, Ferrara e Ravenna. Ma ripeto: chiudere non un tabù. Lo dico con l’amarezza di chi è convinto che ormai i problemi del passato non si risolvono bloccando le produzioni pulite. E soprattutto lo dico da cittadino italiano e veneto a cui dispiacerebbe assistere al declino di Marghera. Drammatizzo? No, perché sono consapevole che il Nord-Est può anche permettersi di rimpiazzare la ricchezza del petrolchimico». Bonificare le aree, ripulire i processi produttivi e impegnarsi nell’adozione di tecnologie innovative sarebbe più che sufficiente in

    qualsiasi area italiana. Ma Marghera è a qualche chilometro da quel gioiello chiamato Venezia. E forse l’Enichem dovrebbe andare più in là, magari trasformandosi da accusata in protagonista nel risanamento della laguna. Fantaeconomia? Mincato non ama i voli pindarici: «Mi creda — risponde — non si può fare molto di più di quello che stiamo facendo, compresa la bonifica dei terreni di nostra proprietà ereditati dalla Montedison. Per carità, è un preciso obbligo giuridico, e non mi aspetto che mi definiscano magnanimo. Ma Enichem non ha imbrattato Campalto. E nemmeno Pili».

    È un modo di giocare in difesa? «Non mi pare. E poi c’è il conto economico: l’anno scorso abbiamo realizzato profitti per 240 miliardi. E non dimentichi che usciamo dalla situazione drammatica del ’93, quando su un fatturato di 10mila miliardi ce n’erano 8.500 di perdite. Mi parla del costo Venezia: è giusto, e noi lo sopportiamo già. Però non chiedeteci di ricostruire il teatro la Fenice: non tocca a noi».

    La proposta finale? Il presidente non ha dubbi: «Vogliamo un sì o un no. Spero che dal negoziato sul contratto di programma per Marghera — si veda l’articolo in alto — arrivi una decisione definitiva. Le premesse ci sono. E poi un messaggio: non chiedeteci di fabbricare caramelle o materiali avanzati. Sappiamo fare bene solo la petrolchimica. Quando ci siamo allontanati dal core business è stato un bagno di sangue. Sono esperienze che non vogliamo ripetere per niente al mondo, Venezia compresa».