Rasegna stampa: "La Nuova Venezia" anno 1998

Nuova Venezia, 13-03-1998

L'udienza alle 9 davanti alla prima sezione del Tribunale, pm Casson

"Giustizia per 149 morti"

Trentuno imputati eccellenti sfilano da oggi nell'aula bunker per le vittime del Cvm e per i veleni scaricati in laguna

di Fiorenza Ferretti

MESTRE - Inizia oggi alle 9 in aula bunker il processo per le morti al Petrolchimico, davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Venezia, presidente Ivano Nelson Salvarani, pubblico ministero Felice Casson. Gli imputati sono 31, per vari capi d'imputazione che comprendono l'omicidio colposo plurimo aggravato dalla violazione di norme sulla prevenzione degli infortuni, le lesioni personali colpose, disastro colposo(questo per quanto riguarda le vittime del Cvm). Poi ci sono i cosiddetti "crimini ambientali", che fanno parte della seconda tranche dell'inchiesta confluita nel filone principale: avvelenamento di acque e sostanze alimentari, abbandono di rifiuti industriali tossico-nocivi, realizzazione e gestione di discariche abusive, omissione delle attività di disinquinamento. Alla vigilia del processo, un pool di associazioni ha diffuso un appello nel quale ricorda che il sistema di produzione chimico a Porto Marghera ha prodotto, dal 1970 fino ad oggi:

"149 morti per tumore tra i lavoratori, 377 persone colpite da malattie invalidanti, 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici occultati nel sottosuolo, 80 milioni di metri cubi di rifiuti industriali scaricati nell'Adriatico, 0,5 milioni di tonnellate di inquinanti sversati nella laguna attraverso gli scarichi, 1,6 milioni di tonnellate di inquinanti vari scaricati in atmosfera dai camini".

I firmatari dell'appello - parlamentari, consiglieri comunali, provinciali e regionali, docenti, studenti, operai, intellettuali, liberi professionisti, rappresentanti di varie associazioni - chiedono all'Enichem di bonificare le aree contaminate dentro e fuori la fabbrica reimpiegando i lavoratori in altri cicli produttivi, di attirare sistemi di prevenzione e di controllo e invitano a ripensare un nuovo modello di sviluppo per Porto Marghera.

Tra i trentuno imputati al processo per le morti al Petrolchimico ci sono i vertici di Enichem, Montedison, Enimont.

Eugenjo Cefis, presidente del consiglio di amministrazione Montedison (1971-77) presidente dell'Eni (1970-71). Giuseppe Medici, presidente consiglio di amministrazione Montedison (1977-1988). Mario Schimberni, vicepresidente Montedison (1977-87) e poi presidente (1980-87), presidente Montefibre (1976-77). Alberto Grandi, amministratore delegato Montedison (1972-77), vicepresidente Montefibre (1977), presidente Eni (1980-82). Giorgio Porta, amministratore delegato Montedison (1982-85) poi vicepresidente (1985-87), presidente Enimont (1990-91 ), presidente Enichem (1991-93). Pier Giorgio Gatti, vice capo Divisione petrolchimica Montedison (1971), poi direttore generale (1971-73), amministratore delegato Montedison (1977-81). Emilio Bartalini, responsabile Servizio sanitario centrale Montedison (1965-79), poi consulente medico esterno. Mario Lupo, vice responsabile settore personale Montedison (1972), poi responsabile Personale e lavoro (1974), personale e organizzazione(1977), amministratore delegato personale e organizzazione (1977-78). Giovanni D'Arminio Monforie, direttore generale Divisione Petrolchimica Montedison

(1973-75), vicepresidente Montefibre (1976-77), direttore pianificazione e coordinamento gestione (1977), amministratore delegato (1977-79). Renato Calvi, vice direttore generale tecnico DI.PE (1973-75), direttore generale DI.PE e Divisione prodotti petrolchimici di base (1975-1980). Italo Trapasso, direttore stabilimento Montedison di Porto Marghera (1973-74), vice direttore generale materie plastiche, Divisione petrolchimica (1974-75), direttore generale Divisione materie plastiche (1975-79), direttore generale attività di chimica organica ANIC (1980), direttore programmazione Eni (1980-81), vicepresidente e amministratore delegato ENOXY (1982-83), presidente ENOYX (1983), vicepresidente vicario e amministratore delegato Enichimica (1983-84), vicepresidente per il Coordinamento delle politiche industriali Montedison dal settembre 1988 all'ottobre 1989. Gianluigi Diaz, vice direttore Divisione materie plastiche (1976-79), poi direttore generale (1979-80), amministratore delegato Montepolimeri (1980-82), poi consigliere (1982-83). Paolo Morrione, vice direttore generale gestione prodotti Divisione materie plastiche (1979-80), consigliere Montedipe (198-84), poi amministratore delegato (1984-86), amministratore delegato Montepolimeri (1982-84). Giancarlo Reichenbach, responsabile Montedison gruppo di produzione "Olefine e Acetilene" stabilimento di Porto Marghera (1973), vice direttore Produzione (1973-75), responsabile di produzione(1975-76), vice direttore tecnico Divisione materie plastiche Montedison (1976-81), vice direttore generale tecnico Montepolimeri (1981-83), poi direttore generale (1983-84). Angelo Sebastiani direttore stabilimento Montedison di Porto Marghera (1970-73). Luciano Fedato, responsabile Unità produttiva Montedison DI.M.P. e Unità Montepolimeri Porto Marghera (1981-83). Sauro Galba, responsabile gruppo di produzione "Polivinilici" stabilimento Montedison Porto Marghera (1972-79), responsabile Tecnologie cloruro di polivinile Divisione materie plastiche (1979-83), responsabile gestione conti lavorazione impianti Pvc di Porto Marghera (1983), responsabile unità produttiva e gestione conto lavorazione Pvc (1983-85). Gaetano Fabbri, responsabile gruppo produzione Cvm a Porto Marghera (1976), direttore Petrolchimico Montedipe-Montedison (1984-86), responsabile Raggruppamento servizi Montedipe e Coordinatore ambiente per la Holding Montedison. Franco Smai ,direttore stabilimento Enichem Porto Marghera (1987-88). Lucio Pisani, direttore insediamento Enichem di Porto Marghera (1988-90) e direttore Petrolchimico Enichem (1993-96). Federico Zerbo, direttore Petrolchimico per Montedipe (1988-90) per Enimont (1990-91) e per Enichem (1991-93). Dino Marzollo, direttore Petrolchimico (1981-84). Cirillo Presotto, responsabile produzione Divisione chimica di base Anic (1979-80), poi direttore (1981-85), direttore generale attività chimiche Anic (1985-86), amministratore delegato Enichem Polimeri e Enichem Base (1986-87), direttore generale Anic (1987-89), direttore Ambiente per Enimont (1989-91). Alberto Burrai, vice direttore tecnico Enichem Anic (1982-83), poi amministratore delegato (1983-87), amministratore delegato e presidente (1987-1990), vicepresidente Enimont Anic (1990-91) e vicepresidente Enichem Anic (1991-92). Antonio Belloni, amministratore delegato Montefibre (1976-77). Carlo Massimiliano Gritti Bottacco amministratore delegato Montefibre (dal 1972) e presidente (1974-75). Domenico Palmieri, amministratore delegato attività chimiche Enichem (1985-89), responsabile d'area per Enimont (1989-90), presidente Enichem-Anic partecipazioni (1990-92). Lorenzo Necci, presidente Enichem (1982-90), Enimont (1989-90), giunta esecutiva Eni (1975-82). Giovanni Parillo, direttore generale Enimont (1987-89), direttore personale Eni (1990), amministratore delegato Enimont ed Enichem. Luigi Patron, amministratore Enichem-Anic (1989-96).


Nuova Venezia, 20-03-1998

Seconda udienza oggi nell'aula bunker del processo per le morti del Petrolchimico

Vittime del cvm, cresce la lista delle parti civili

MESTRE - Seconda udienza oggi in aula bunker (dalle ore 9) del processo, per le morti al Petrolchimico contro alcuni tra i massimi dirigenti di Montedison, Enichem ed Enirnont. I trentuno imputati sono accusati di strage e disastro colposo, in relazione ad una serie di reati commessi ai danni delle persone e dell’ambiente negli ultimi venticinque anni di gestione dello stabilimento di Porto Marghera dove si produce Cvm (cloruro vinile monomero), la micidiale sostanza ritenuta responsabile di decessi per tumore e di varie patologie invalidanti.

La seconda sezione penale del Tribunale di Venezia, presieduta da Ivan Nelson Salvarani (pubblico ministero Felicoe Casson) ha speso l’intera prima udienza, svoltasi venerdì scorso, in una serie di questioni preliminari attinenti alla costituzione delle parti civili e dei responsabili civili che chiedono di essere ammesse al processo. L'elenco delle parti civili si sta allungando a dismisra, dopo che altre associazioni ed enti hanno presentato la loro richiesta ai giudici del Tribunale. Cresce anche la lista delle vittime del Cvm che intendono ottenere il risarcimento dei danni, tanto che tra i motivi di opposizione degli avvocati della difesa uno riguarda proprio la domanda di ammissione come parte civile di persone non incluse nell’elenco delle parti offese individuato dal pubblico ministero Casson. I difensori degli imputati vorrebbero inoltre vedere escluse dal processo la maggior parte delle associazioni (perlopiu sodalizi ambientalisti) che sono stati invece ammessi durante l'udienza preliminare. Anche altri enti territoriali hanno chiesto di potersi costituire parte civile al processo tra cui i Comuni di Mira e Campagna Lupia che si ritengono danneggiati per la presenza di discariche di rifiuti tossici nel loro territorio e perché - in quanto Comuni di prima gronda - utilizzano le risorse idriche lagunari per attività turistiche e produttive.

Un pubblico ha partecipato numeroso alla scorsa udienza, a testimonianza dell'interesse e delle aspettative verso questo processo, non solo da parte dei lavoratori del Petrolchimico ma, in generale, di tutta l'opinione pubblica. Tra 1'altro, proprio il processo per le morti causate dal Cvm ha riaperto 1'intenso dibattito politico sulla riconversione industriale di Porto Marghera, il recupero delle aree e il risanamento ambientale.


Nuova Venezia, 20-05-1998 (2 articoli)

Processo al Petrolchimico, una offerta senza precedenti per il ritiro delle parti civili

Un risarcimento da 60 miliardi

Gli imputati pronti a pagare i danni alle vittime

di Carlo Mion

MESTRE - Un passaggio storico nel processo per le "morti al Petrolchimico: i signori della chimica hanno accettato la trattativa per un risarcimento di quasi 60 miliardi di lire. Soldi da distribuire a gran parte delle persone che si sono costituite parti civili nel procedimento. Una decisione che farà discutere e che ha il sapore dell'ammissione di colpa. Anche se ieri la "novità storica" della trattativa per l'avvocato Federico Stella, di Enichem, è un'opportunità straordinaria, il segno della cultura nuova delle aziende verso i temi ambientali e sociali e occorre compiere ogni sforzo per il buon fine della trattativa. Il risarcimento non va scambiato per una sorta di riconoscimento morale di responsabilità ma ha solo il significato di riconciliazione". Per far svolgere questa trattativa il processo è stato aggiornato al 29 maggio. Secondo la difesa, non è una perdita di tempo, ma un tempo necessario per risolvere una parte importante del processo".

Sul banco degli imputati una trentina di ex dirigenti di Montedison ed Enichem, responsabili per trent'anni della gestione di uno dei più discussi stabilimenti italiani. Ieri mattina nell'aula bunker di Mestre la presentazione della trattativa sul risarcimento e le modalità tecniche di prosecuzione del processo che non è ancora entrato nella sua fase dibattimentale, hanno caratterizzato l'udienza.

In questi dieci giorni le parti cercheranno l’accordo che a quanto sembra è già a buon punto, come le "voci" raccolte dal pubbuco ministero Felice Casson testimoniano. E' stato lo stesso rappresentante della pubblica accusa a rendere noto che esiste la trattativa e che la cifra sfiora i 60 miliardi.

"Spero che questa soluzione si concretizzi" ha detto Alberto Alessandri, legale di Montedison, che ha poi ricordato che rientra in un ottica di «pacificazione». Per le parti civili che accettano la trattare quasi tutte, restano fuori una quindicina, l'avvocato Elio Zaffalon ha spiegato che la «trattativa riguarda le persone e non gli enti costituitisi nel processo». II patrono di numerose parti civili ha detto che «la trattativa è seria e consistente».

Mentre parti civili e difesa annunciano la trattativa, il presidente Ivano Nelson Salvarani ha fretta di iniziare il dibattimento e propone la separazione del processo in due tronconi: da una parte quello per i presunti danni alle persone; dall'altra quello ambientale. Contro la proposta si schierano tutti, le parti e lo stesso pubblico ministero.

L’"occasione storica" è poi valutata da Felice Casson. Sorride il pm a questa "opportunità" che arriva a confermare la bontà delle sue tesi accusatorie anche se il magistrato in merito non si pronuncia: «E’ ancora presto per farlo», dice. Ricorda che «il risarcimento alle parti era uno dei tre impegni indicati durante la fase istruttoria dal Franco Bernabe', presidente dell'Eni, assieme alla bonifica degli impianti e agli investimenti nel campo ambientale: per il primo siamo ancora lontani. Non si è visto niente. L'Enichem non ha ancora investito nulla».

Mentre si discute sul fatto che i quasi 60 miliardi rappresentano il 70 per cento di quello chiesto, arriva la notizia di un'altra morte per cancro di una parte lesa. Gianluca Franzin non vedrà mai la fine di questo processo, è morto ieri mattina. Altermine del suo intervento Casson ha definito «diabolica» l'ipotesi di una frattura in due del processo discendo sì al rinvio ma no alla separazione. Dopo mezz'ora di camera di consiglio, Ivano Nelson Salvarani conferma che il processo resta unico e rinvia l'udienza per consentire alle parti la neccessaria tranquillità per trovare l'accordo.

I NUMERI DEL PROCESSO

31 Imputati

8 Udienze già svolte

450 Parti civili ammesse

10 miliardi : Spesa sostenuta dal comune per bonifiche urgenti in laguna

7 miliardi: Spesa sostenuta dall’Inail per 32 pensioni di invalidità a operai o eredi

L'accusa privata non mollerà la presa

Restano sindacati e ambientalisti

MESTRE - Non tutti hanno accettato di uscire dal processo con il risarcimento. Di svuotare politicamente il procedimento contro un modo di gestire l'industria chimica.

Medicina Democratica, associazioni ambientaliste, sindacati, le istituzioni pubbliche e una decina di parti lese non mollano la presa. Restano nel processo e rappresentano una sorta di "accusa privata"

L'avvocato Luigi Scaturin di Venezia patrocina, assieme ad altri quattro colleghi, Medicina Democratica, l’organizzazione sindacale Alleca e l'associazione Malcontenta Salubre. Sono alcune della parti civili che non mollano. «Per noi non è la stessa cosa farsi indennizzare uscendo dal processo o se il danno viene stabilito da un giudice. Vogliamo restare per esercitare tutte le nostre facoltà di parte civile in un processo penale. Facoltà che ci fanno diventare una sorta di accusa privata al fianco del pm - continua l'avvocato. Chi ora è sotto processo con questa monetizzazione trae un immediato vantaggio rappresentato dal fatto che la pena sarà sicuramente meno pesante e non farà giurisprudenza».

Il legale poi mette l'accento su una questione morale non indifferente: «Per noi la vita umana, la tutela della salute e dell'ambiente non sono beni monetizzabili. Il loro rispetto è garantito dalla nostra Costituzione, dovrà essere lo Stato a tutelarli con una sentenza che deve fare giurisprudenza in materia. Bisogna cambiare il sistema di fare impresa come è avvenuto in questi ultimi trent'anni. Non si può continuare a infischiarsene del rispetto della salute in fabbrica fuori gli stabilimenti tanto poi si paga i danni con il risarcimento».

Ma non solo, Scaturin ribadisce che il processo deve indicare una strada e stabilire una verità: «La sentenza ha il compito di indicare il futuro dell'industria, dove insediare gli stabilimenti e come farla funzionare. Ci sono delle leggi che vanno applicate - conclude il legale -. Inoltre bisogna stabilire le respondabilità delle istituzioni che hanno permesso che tutto quello per cui si è andati al processo è avvenuto. Se il Petrolchimico è stato realizzato in quel posto è perché qualcuno ha permesso che venisse realizzato lì. Leleggi sulla tutela dell'ambiente e della salute ci sono. Chi doveva controllare quanto avveniva all'interno degli stabilimenti forse è mancato. Per noi le istituzioni hanno consentito molte cose. Ora bisogna capire perché»

Intanto ieri nella sala Monteverdi di Marghera si sono riuniti gli aderenti alla Confederazione Unitaria di Base (Cub). Una riunione operativa per organizzare una manifestazione nazionale contro il capitale tossico e in sostegno delle parti civili nel processo contro il Cvm. (c.m.)


Nuova Venezia, 30-05-1998

«Grazie a Gabriele Bortolozzo e alla sua testarda battaglia»

Le ragioni di chi si ritira e quelle di chi resta

MESTRE - Le ragioni per uscire dal processo e quelle per restarvi comme soggetti attivi: sono state spiegate nell’ultima udienza di ieri, dopo la revoca della costituzione di parte civile della stragrande maggioranza delle persone fisiche, lavoratori vittime del Cvm e loro familiari. L’avvocato Alfiero Farinea ha chiarito perché Gianluca e Beatrice Bortolozzo non hanno accettato il risarcimento: "Non intendono discutere la scelta di accettare, fatta dai compagni di fabbrica del padre e dai familiari delle persone decedute. A queste persone, che hanno dimostrato anche in questo processo una straordinaria coesione e solidarietà reciproca, il risarcimento spetta di diritto per il danno alla salute e la perdita delle persone care: è un risarcimento senza precedenti, conquistato anche con la tenacia della loro presenza alle udienze e la storia che li accompagna. Gianluca e Beatrice Bortolozzo intendono comunque restare presenti in questo processo nella convinzione che è il modo migliore per testimoniare lo spirito che ha animato il padre nel corso della sua vita".

All avvocato Anna Maria Marin - collegio di difesa del Comitato vittime del Cvm - il compito di spiegare i motivi che hanno spinto la quasi totalità delle parti offese a ritirare la costituzione di parte civile: "Salutiamo oggi con innegabile soddisfazione il frutto della testarda battaglia di Gabriele Bortolozzo e del primo gruppo di lavoratori e parenti delle vittime del Petrolchimico. Un lavoro che ha prodotto il risercimento del danno. Non esiste in Italia un precedente simile: pensiamo al Vajont e alla Val di Stava, alle migliaia di donne e uomini che sul lavoro ogni anno lasciano la salute e la vita stessa. Quanti hanno pagato per le cosiddette morti bianche? Quanti sono stati risarciti? Oggi si è aperto un piccolo varco. Ma il risarcimento del danno non può costituire un alibi per nessuno. Istituzioni, enti locali, sindacati dovranno prendersi le proprie responsabilità al di là degli esiti di questo processo... II percorso andrà avanti, cosi come il processo, per tutti coloro che credono che i lavoratori non sono carne da macello e che la qualità della vita costituisca un'etica universalmente valida, a fronte del particolarismo etico e del libero mercato".

 

La relazione del pm Casson. Nel 1978 Luciano Lama invitò alla "moderazione"

"E il sindacato si ammorbidì"

Il cambio di linea per l’emergenza terrorismo e le aziende ne "approfittano cinicamente"

di Fiorenza Ferretti

MESTRE - Escono di scena le parti civili nel processo delle vittime del Cvm del Petrolchimico: 530 hanno accettato il risarcimento offerto da Enichem, Montedison e Montefibre per complessivi 63 miliardi e 300 milioni, solo dieci persone hanno deciso di andare avanti restando parte attiva nel processo e tra questi ci sono i due figli di Gabriele Bortolozzo e l’ultima vittima del Cvm, un operaio deceduto quattro giorni fa. Ma se la decisione di Gianluca e Beatrice Bortolozzo - eredi dell’operaio che negli anni ’80 iniziò una solitaria battaglia contro la fabbrica dei veleni - può definirsi "ideologica", sostenuta cioè dalla volontà di continuare l’opera del padre, gli avvocati hanno spiegato che invece altre vittime del Cvm resteranno parte civile perché al momento è impossibile quantificare l’entità del danno subito. Attualmente queste persone presentano lievi invalidità, la cui evoluzione non è però ipotizzabile. Di Cvm si continua a morire: il 25 maggio è toccato ad Anteo Poletto, i cui familiari ieri si sono costituiti al processo. La trattativa per i risarcimenti si è definitivamente conclusa - come ha spiegato l’avvocato Alberto Alessandri - pochi minuti prima dell’apertura dell’udienza, anche se l’intesa era stata raggiunta nei giorni scorsi. C’era da perfezionare tutte le operazioni, comprese quelle bancarie, per concludere l’accordo.

Le linee generali della trattativa erano state esposte in un’assemblea seguita da incontri individuali con le parti lese per definire l’entità del risarcimento. Le aziende hanno fatto un’offerta complessiva - sostenuta per due terzi da Montedison-Montefibre e un terzo da Enichem - mantenendo una netta distinzione tra spese e capitale. Si è trattato di "una vicenda innovativa" ha commentato l’avvocato Alessandri di Montedison. "È la prima volta che le grandi aziende ammettono le loro responsabilità e risarciscono i danni sanitari" dice il direttore di Legambiente Francesco Ferrante.

Nelle stesso giorno in cui le parti civili escono formalmente dal processo, entrano ufficialmente in scena trent'anni di misfatti chimici a Porto Marghera. La relazione del Pm Felice Casson, di spiccato taglio "politico", prende il via dall’esposto giunto il 22 agosto I994 alla Procura di Venezia a firma di Gabriele Bortolozzo. Fu quello il punto di partenza di una serie di verifiche giudiziarie e tecniche, che portarono alla sconcertante scoperta di precedenti segnalazioni alle autorità, rimaste per anni lettera morta, e innumerevoli verità ignorate, taciute o deliberatamente nascoste dai vertici delle aziende responsabili della gestione del Petrolchimico. Quanto sosteneva Bortolozzo si rive1ò vero e fon dato: i dati epidemiologici ufficiali riguardanti gli effetti del Cvm sulla salute dei lavoratori erano assai distanti dalla realtà. Fin nel marzo ‘77 l'Università di Padova evidenziava una grave situazione sanitaria. In quegli anni i medici italiani ne sapevano molto più dei colleghi americani sulla cancerogenicità del Cloruro vinile monomero. Le aziende, invece, continuavano a far finta di niente. E ad un'iniziale forte pressione dei sindacati seguirono, nella seconda metà degli anni ’70, posizioni ben più moderate di fronte al ricatto occupazionale, al cambiamento della situazione politica e all’emergenza terrorismo. Il pm ha citato un articolo del ‘78 in cui Luciano Lama, allora Segretario della Cgil, invitava i lavoratori alla moderazione: le aziende che si avvicendano al Petrolchimico - dice Casson - ne approfittano "cinicamente". Nei primi anni ’80 i budget per la manutenzione degli impianti si basano sul principio della "competitività" e del risparmio: anche i rischi più gravi rientrano "accettabili". I responsabili Montedison "sapevano", ha ribadito il Pm in aula, ma dieci anni più tardi la situazione non era molto diversa: i sistemi di controllo dei gas del Cvm nell'aria "non funzionavano per niente" e un impianto come il Cvm-6, la cui chiusura era ritenuta "inevitabile", cessava l'attività solo nel 1990 quando il Petrolchimico era già passato attraverso le mani dell’Enichem. Consapevolezza e minimizzazione dei rischi, rimbalzi di competenze, omissioni. Casson parla di comportamento "omertoso" e di responsabilità che arrivano sino ad oggi: da un sopralluogo nel giugno '96 agli impianti ora di Evc (posizione stralciata dal processo) le centraline del Cvm risultano alterate. E che dire dell'inquinamento del terreno e della laguna da sostanze come cloruro, diossina e vari composti organici cancerogeni, e dei tentativi di occultamento operati dai vertici della chimica? Nell'88, nella fase del passaggio tra Montedison ed Enichem, il presidente Lorenzo Necci pensava bene di nascondere i preoccupanti risultati di uno studio di "American Appraisal" sulle magagne degli impianti italiani. Interrogato in proposito da Felice Casson l’11 novembre '96 rispondeva: "Non mi ricordo, ci penserò e chiarirò".


Nuova Venezia, 27-09-1998

Sarà consegnato ad Acqui Tenne

Premio a Bortolozzo per il suo impegno a difesa dell'ambiente

VENEZIA - «Denunciando le condizioni di rischio e di danno gravissimo in cui si lavorava al Petrolchimico e in cui versava lo stesso ambiente naturale e urbano, Gabriele è riuscito a trascinare in tribunale i massimi vertici dell'industria chimica italiana. La preziosa eredita d'impegno da lui lasciata è stata raccolta da tutti coloro che hanno condiviso con lui le battaglie civili e da coloro che proseguono nella strada da lui tracciata».

E' questa la motivazione ufficiale con cui è stato assegnato alla memoria di Gabriele Bortolozzo - l'operaio del Petroichimico di Marghera e autore prima di morire nel 1995,del dossier sulle morti di operai addetti al Cvm (cloruro di vinile monomero) che ha dato inizio all’inchiesta e al successivo processo (tuttora in corso) ai vertici di Montedison ed Enichem il riconoscimento internazionale «Ken Saro Wiwa» intitolato all'intellettuale e ambientalista nigeriano condannato a morte tre anni fa dalla dittatura militare al potere nel suo paese.

II riconoscimento attribuito a Bortolozzo è collegato al premio «Acquiambiente» che sarà consegnato il prossimo 5 dicembre ad Acqui Terme (Alessandria). Gabriele Bortolozzo è stato riconosciuto come personaggio dell'anno, «simbolo di una lotta in difesa del diritto dell'uomo all'ambiente», dalla giuria presieduta dalla giornalista e già presidente di «Wwf Italia», Grazia Francescato, da Gianfranco Bologna, Giampaolo Cossa, Alessandro Cecchi Paone e Falco Siniscalco. Bortolozzo è stato premiato dalla giuria per il suo libro «L'erba, ha voglia di vita», edito dall'associazione a lui intitolata fondata a Mestre.

Sono in tutto 14 i libri, tra quali «Petrolkimiko» del prosindaco di Mestre, lo scrittore Gianfranco Bettin, e 19 le tesi di laurea che la giuria ha selezionato tra le opere italiane e straniere per concorrere alla seconda edizione del premio «Acquiambiente».