Rasegna stampa: "La Repubblica"

Rasegna stampa


La Repubblica, 14-12-1996

VELENI IN LAGUNA, ECCO I COMPLICI

PARLA IL PM VENEZIANO DOPO LA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO DI DI 31 MANAGER

Casson contro i giudici: "Non controllarono"

LA LAGUNNA DISTRUTTA

dal nostro corrispondente ROBERTO BIANCHIN

VENEZIA - Non erano soli, i dirigenti Montedison, a sapere e a fare finta di niente. A sapere che quei veleni uccidevano gli operai, che facevano morire i pesci. Lo sapevano anche gli enti pubblici che dovevano controllare e non l'hanno fatto. Lo sapevano anche quel magistrati che avrebbero dovuto aprire delle indagini e non le hanno mai aperte, nonostante che, per quelle morti da cloruro di vinile, fossero stati sollecitati più volte, e da più parti, inutilmente.

Cos'è successo in quegli anni a Porto Marghera?

«Negli anni '70 - risponde il sostituto procuratore Felice Casson - il problema ambientale era completamente sottovalutato, e lo era anche la sicurezza dei lavoratori da parte delle industrie, sia pubbliche che private. Inoltre, gli organi pubblici che dovevano controllare, non hanno assolutamente controllato niente. Come il ministero della Sanità, gli ispettorati del lavoro, gli organi amministrativi locali, e anche la magistratura. Come per il sistema delle tangenti, i magistrati, anche qui, hanno la loro parte di colpa. Se volevano, e se vogliono controllare, potevano e possono farlo. Basta applicare le norme che esistono già dalla fine degli anni '60».

Riempiono cinquecento mila pagine le accuse contro le fabbriche dei veleni. Sono racchiuse in 496 faldoni con la copertina di cartone verde e la pancia gonfia di grafici, di cifre, di testimonianze. Casson le ha raccolte in due anni di lavoro, dopo 186 interrogatori e 3l perizie. È sulla base di questo sconfinato dossier che ha rinviato a giudizio 31 manager di Eni, Enichem, Montedison e Petrolchimico di Porto Marghera. Sono accusati, nelle due tranches della sua inchiesta, di avvelenamento da diossina, per la laguna, e di strage e omicidio colposo per aver provocato la morte di un centinaio di operai e tecnici del Petrolchimico. Avevano lavorato per anni, senza alcuna precauzione, a contatto col micidiale cloruro di vinile monomero. Un veleno che provoca il cancro.

Casson sta trafficando, a palazzo di giustizia, per salvare le sue carte. Siccome non ci stavano da nessuna parte, le hanno messe in un magazzino a piano terra, dove arriva I acqua alta. Per evitare il naufragio hanno dovuto organizzare il trasporto, in tuta fretta, nell'aula bunker di Mestre, dove processano i terroristi.

Dottor Casson, cosa c'è dentro quelle carte?

«Ci sono i risultati, illustrati nelle richieste di rinvio a giudizio, di un'indagine che è molto complessa e delicata, perché sono in gioco interessi molto forti e contrapposti».

Quali?

«I problemi industriali, i problemi dell'occupazione, e i problemi del sindacato. In particolare, quelli di un'industria chimica che produce anche sostanze cancerogene, e quelli dell'inquinamento di un ecosistema estremamente fragile qual e' quello lagunare. È in questo quadro che emergono delle contraddizioni molto forti anche all'interno del sindacato perché da un lato c'è l'esigenza, sacrosanta, di tutelare il posto di lavoro, e dall'altro c'è il diritto all'integrità fisica e psichica di chi lavora, che in molti casi nell'industria chimica none' stato salvaguardato. Io penso che il lavoratore debba restare vivo e sano. Perché il bene della vita è il bene fondamentale per ogni persona».

Ma è compatibile un'industria così pericolosa in un ambiente così fragile?

«È una questione che io non posso affrontare da magistrato, perché ogni decisione, in questo senso, dev'essere di natura politica, economica e sindacale. Il mio compito e' quello di trovare se vi sono delle responsabilità penali e personali in relazione alle molte morti avvenute e alle patologie riscontrate».

La situazione ambientale, adesso, è migliorata?

«Sì. Sono stati fatti degli interventi, anche se in minima parte, perché i costi oggi sono enormi. Però fino a pochi anni fa c'erano ancora degli scarichi incontrollati, ed esiste tuttora una situazione di degrado che rischia di aggravarsi dal momento che i siti inquinanti sono ancora lì e continuano a produrre effetti negativi».

La laguna è ancora malata?

«Tutti i dati raccolti dai nostri periti concordano nel rilevare una grave situazione di inquinamento (diossina e altri metalli, tra cui il mercurio) nell’area limitrofa alla zona industriale. Mano a mano che ci si allontana da quest'area la situazione migliora nettamente. Vuol dire che non tutto e' compromesso e che c'è ancora modo di salvare l’ecosistema lagunare».

L'altro giorno un pescatore ha preso un cefalo nel canale industriale. I periti che l'hanno analizzato gli hanno trovato dentro ogni tipo di veleno, quel pesce raccontava la storia di Marghera. Si può ancora mangiare il pesce a Venezia?

«Bisogna verificare da dove proviene. Ritengo che le pubbliche autorità dovrebbero fare in modo che la gente non vada più a pescare nelle acque vicine alla zona industriale, come invece continua a fare».

 

"ALL'ENI SAPEVANO DI PERICOLI IN LOMBARDIA"

VENEZIA (b.m.) - I vertici Eni ed Enichem sapevano di inquinamenti avvelenamenti provocati dai loro impianti non solo a Marghera, ma anche a Ferrara, a Mantova e a Cesano Maderno, in provincia di Milano. Ma quei dati erano sempre stati ben nascosti e sono venuti alla luce solo ora. Li ha scoperti il pm Casson. Gli studi di approfondimenti, secondo quanto raccolto da Casson, furono disposti nel corso del 1991 dagli allora presidenti dell'Eni Gabriele Cagliari, suicidatosi in carcere a Milano, ed dell'Enichem Giorgio Porta, nell'ambito del contenzioso con la Montedison dopo la fine della joint-venture Enimont. I dati, raccolti da tecnici della stessa Enichem, avrebbero rilevato situazioni «anomale».

In particolare vi sarebbero riferimenti a inquinamenti delle falde acquifere da metalli e solventi organici a Ferrara, da aromatici e mercurio a Mantova, da ammine aromatiche che avrebbero contaminate le acque del pozzi dl alimentazione della rete idrica del comuni dell'alto milanese, in prossimità dei siti chimici di Cesano Maderno. Dallo studio Enichem risulta inoltre confermata a Porto Marghera la presenza di metalli pensanti e ammine aromatiche, tra cui un inquinamento diffuso dovuto a dispersione di residui solidi. La copia di questi dati è stata già trasmessa alle procure della Repubblica competenti, quella di Ferrara, di Mantova e di Milano. Tra i dirigenti inquisiti soltanto per uno il pm veneziano ha chiesto Il proscioglimento. Si tratta dell’ex presidente di Enichem Marcello Colitti, ritenuto estraneo durante il suo incarico alle questioni tecniche relative agli impianti degli stabilimenti.

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Il Venerdì, 10-07-1998

MARGHERA, L"ALBA E IL TRAMONTO

GUERRA IN LAGUNA

Riesplode la vecchia contesa tra salute e occupazione. Ma il campo di battaglia è profondamente cambiato. Un tempo nell’area industriale di Mestre lavoravano 60 mila persone, oggi sono 8 mila. Grandi fabbriche come Agrimont sono state chiuse e vengono demolite. Il futuro è cominciato.

di Fabrizio Ravelli

MESTRE. Pare una bestia preistorica, una sorta di tirannosauro corazzato di lamiera, la grande macchina cingolata che fa a pezzi la fabbrica. Ha Un becco d'acciaio che taglia putrelle e tubi come fossero ossa di una preda già morta. Accatasta rottami sotto il sole. Nelle pareti dei capannoni si aprono squarci rosa di mattoni, che sembrano buchi di cannonate: di lì escono macchine antiche, trascinate a forza da una gru verso la cremazione in una fonderia. E’ uno spettacolo impressionante la demolizione di una grande fabbrica, questa Agrimont che negli anni Settanta occupava duemila persone. Duemila famiglie di Marghera, di Mestre, della terraferma veneziana, abbarbicate a quel lavoro sicuro: fertilizzanti che in Italia, oggi, non si producono più. Una nave scaricava in Adriatico, aprendo la bocca delle stive e colorando di sangue nero le acque, i fanghi residui. Camminiamo nel sole e nel silenzio di queste rovine, che potrebbero essere uno scenario da film apocalittico, insieme a Gianfranco Bettin, prosindaco di Mestre, ambientalista e scrittore. Dieci anni fa Bettin, militante ecologista, andava col canotto all'assalto di quella nave per fermare lo scempio della laguna: si prendeva docce di acqua sporca con gli idranti, e denunce penali. Oggi, mentre gli ingegneri Russo e Ferraro che fanno da guida lo chiamano con deferenza "dottore", segna a dito nei grandi spazi i mutamenti di quella che chiamano riconversione, il trapasso epocale di un territorio: "Su quest'area immensa, ripulita dai rifiuti inquinanti, troverà posto del nuovo lavoro. Verranno qui le cooperative di autotrasportatori, vicini alla banchina dove le navi scaricano i container. Questo è un esempio di come la riconversione sia possibile". Porto Marghera, che alla fine degli anni Settanta era il più grande polo petrolchimico del Nord Italia, formidabile concentrazione operaia, frontiera delle lotte contro la nocività in fabbrica, e oggi di nuovo agitata dal riproporsi di una antica contesa. Quella fra lavoro e salute, fra sicurezza di paga e tutela di vita e ambiente. Ma è una guerra che si torna a combattere su un campo di battaglia profondamente mutato: ottomila persone lavorano dove un tempo ce n'erano sessantamila. Enormi distese di rovine invase da una vegetazione smunta attendono l'opportunità di una riconversione. Le fabbriche ancora in vita sono guardate a vista da magistrati e ambientalisti, che premono per fermare i veleni, per cambiare strada, perché nessuno muoia più intossicato dai gas o mangiato dal cancro. Si combatte per il sogno di un ambiente non inquinato, di una laguna viva, di un lavoro pulito. Gli operai hanno paura che la morte della chimica per loro significhi disoccupazione. Ma è al tramonto un'epoca, quella aperta agli inizi del secolo dal conte Giuseppe Volpi: l'avventura del grande polo industriale di terraferma, sulle barene a ridosso di Venezia. "Quella che per il capitalismo di allora era un'idea dinamica" dice Cesco Chinello, ex-parlamentare Pci e grande storico di Marghera; "oggi è solo una prospettiva di inquinamento, e non di sviluppo". Le discariche abusive, le acque maleodoranti, i cumuli di terra avvelenata sono i tremendi resti di quest'epoca al tramonto. Ma soprattutto, passeggiando dentro l'ex-Agrimont dove la bestia meccanica trancia e smozzica i resti, viene da pensare che si è persa la memoria di una grande comunità. Qui, come in tutta Marghera, si intrecciavano ogni giorno migliaia di vite umane. I ritmi senza sosta della fabbrica macinavano esistenze faticose, drammi quotidiani, lotte difficili e furibonde, entusiasmi e disillusioni. Qualcuno che ricorda bene, e con rabbia, c'è ancora. Anche se, per molti, ascoltarlo può dare sorprese, come parlasse di un'epoca preistorica. Ferruccio Brugnaro, 62 anni, pensionato Montefibre, è un poeta-operaio. Cominciò nel '63, affiggendo dentro la fabbrica una poesia contro la guerra in Vietnam. Poi i suoi versi, che davano sfogo "a un'urgenza di raccontare", vennero stampati in fondo ai volantini sindacali. Ha pubblicato diversi libri, tradotti anche negli Usa, è un uomo dall'aspetto mite che cova ancora vecchie furie e sogni dirompenti. "Marghera era allora lavoro, stabilità, salario per chi come me arrivava dallo spopolamento delle campagne. Credevo di trovare una liberazione, rispetto alla fatica delle terra, ma ho trovato un lager. Mio padreagli altiforni, mio fratello alla Vetrocoke, e io alla Bottacin, azienda metalmeccanica fallita poi nel '58. Tutti ex-braccianti. Ho trovato un salario da fame, i muri che colavano olio, gente che spariva all'improvviso o si tranciava le dita, i vecchi tutti malati. Ho visto i capelli lunghi di una ragazza sfuggire dalla cuffia, impigliarsi in una puleggia, e venire strappati come uno scalpo: me la sogno ancora. Poi, dopo, la grande fabbrica: pensavo fosse meglio, più moderna. Ma alla Montedison ho visto che era solo un sistema più scientifico di sfruttamento. Si entrava tossendo, non si respirava per l'anidride solforosa. Democrazia non ce n'era. Fioccavano richiami e sospensioni per niente, e il ricatto era continuo: guarda che ce ne sono, ai cancelli che aspettano, non sei indispensabile». C'è un libro (L' erba ha voglia di vita) che racconta in maniera puntigliosa la vita di fabbrica in quegli 50 e 60. L'ha scritto Gabriele Bortolozzo, ex-operaio del petrolchimico, morto nel '95 in un incidente stradale. Lui, lavorando per anni alla raccolta dati e testimonianze, è l'uomo che ha messo le basi per il processo che si sta celebrando a Mestre, quello sulla strage di operai avvelenati dal cloruro di vinile. Cloruro di vinile è anche il titolo di poesia di Brugnaro, che Gualtiero Bertelli mise musica nei primi Anni 70. Bortolozzo racconta quando alla Sicedison ogni operaio era un numero e le comunicazioni erano indirizzate, per esempio "al Sig. 919". Di quando entrare in fabbrica e trovare il cartellino da timbrare ("la pagella") segno di guai in arrivo. I veleni erano ovunque non solo in fabbrica. Nd 1960 a San Giuliano, dove "il fondale lagunare è formato da uno spesso fango nero», funziona ancora una spiaggetta comunale a pagamento, con sabbia di riporto, cabine e ombrelloni. C'è la "colonia elioterapica Valentini" che ogni estate ospita 300 bambini. Trentamila mestrini frequentano in un anno quella spiaggia: nel mare non c'è ombra di pesci per l'inquinamento, e lì di fronte sta l'isoletta "dei sorzi" abitata da legioni di ratti. Ferruccio Brugnaro ha un ricordo vivo del '68 in fabbrica, niente a che fare con le nostalgie a buon mercato delle rievocazioni giornalistiche. Il '68 al Petroichimico significa cominciare a lottare per la propria salute, contro la "nocività"': "Quel che di buono è rimasto, comprese le inchieste giudiziarie di oggi, è cominciato lì". "Allora" dice lo storico Cesco Chinello "dire che la salute non si paga è stata una cosa partita dal basso, contro i sindacati che volevano solo contrattare un'indennità. Soltanto dopo quella rivendicazione è stata fatta propria dal sindacato". E soltanto dopo venne anche la stagione del terrorismo, con le Brigate rosse che tentavano di sfondare in fabbrica ammazzando a sangue freddo. Gli omicidi del vicedirettore del Petrolchimico Sergio Gori e del commissario di polizia Alfredo Albanese, nel 1980. Quello, dopo 46 giorni di sequestro, del direttore Giuseppe Taliercio, nel 1981. Trentamila operai, in piazza Ferretto a Mestre manifestano contro il terrorismo. In piazza Ferretto, due settimane fa, erano meno di duemila a sfilare contro il fantasma della chiusura e della disoccupazione. "Io non credo che Marghera verrà chiusa" dice il poeta-operalo Brugnaro. Chi lo minaccia vuole solo mano libera contro gli operai. I lavoratori sono usati come arma di ricatto. E hanno ormai paura di essere un peso per la comunità".

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La Repubblica, 08-06-2001

Processo Petrolchimico: atto d'accusa di Casson

Venezia, chieste 28 condanne per 185 anni di carcere

di Roberto Bianchin

VENEZIA - Da quando morì Ennio Simonetto, nel ‘72, ucciso da un tumore al fegato causato dal Cvm, il micidiale cloruro di vinile monomero, i signori della chimica non fecero «assolutamente nulla» per salvare la vita agli operai del Petrolchimico di Porto Marghera. E da allora ad oggi ci sono state 260 vittime: 157 morti e 103 ammalati. Con queste parole il pubblico ministero Felice Casson ha concluso la sua requisitoria, durata cinque udienze, al maxi processo alla chimica italiana iniziato tre anni fa. Al termine del suo severo atto d'accusa ha chiesto al tribunale 28 condanne, per complessivi 185 anni di carcere, nei confronti di altrettanti dirigenti di Montedison, Enimont ed Enichem accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni, strage e disastro ambientale. La pena più grave, 12 anni di carcere, il massimo previsto dalla legge, è stata chiesta per l'ex presidente di Montedison Eugenio Cefis, uno dei protagonisti dell'industria italiana negli anni ‘70, oggi ottantenne, per l'ex presidente dell'Eni Alberto Grandi, e per l'ex responsabile sanitario Montedison Emilio Bartalini. Per gli altri sono state chieste condanne fra i 3 e i 10 anni.
E' finita con i parenti degli operai morti che andavano commossi a stringere la mano, per dirgli «solo grazie», al magistrato che ha chiesto giustizia per le vittime del Petrolchimico, la lunga fase dibattimentale - 125 udienze - di un processo che vede schierate 546 parti civili e 120 avvocati, e che, dopo le arringhe difensive, andrà a sentenza verso Natale. Un processo nato dalle denunce di un ex operaio, Gabriele Bortolozzo, ora scomparso, che non furono ascoltate, a suo tempo, neanche dal sindacato e dai partiti della sinistra. Denunce confermate invece, secondo il pm, dalle indagini: «Montedison sapeva della pericolosità del cloruro di vinile fin dall'inizio degli anni ‘70, ma ha sempre fatto di tutto, come poi Enimont ed Enichem, per tenerlo nascosto. Non solo: tagliava le spese per la sicurezza ma spendeva miliardi per la pubblicità».
Lo stesso Cefis, ha detto Casson, «è venuto qui arrogante a raccontarci fandonie, a dirci che la sicurezza dei lavoratori e la salvaguardia dell'ambiente erano il suo obiettivo prioritario. E' successo esattamente il contrario». Mentre tutti gli altri imputati, ha aggiunto il pm, hanno detto che non erano a conoscenza del problema, non erano mai stati coinvolti e alcuni non sapevano nemmeno che si lavorasse la diossina. Di qui le richieste di condanna. Oltre ai 12 anni per Cefis, Grandi e Bartalini, 10 anni per gli ex dirigenti Montedison Pier Giorgio Gatti, Renato Calvi, Italo Trapasso e Giovanni D'Arminio Monforte; 8 anni per l'ex presidente di Enimont ed Enichem Giorgio Porta e per gli ex dirigenti Montedison Mario Lupo, Gianluigi Diaz, Paolo Morrione e Giancarlo Reichenbach; 6 anni per l'ex presidente Enichem Lorenzo Necci e gli ex dirigenti Enichem Alberto Burrai e Cirillo Presotto. Pene minori per direttori e dirigenti degli stabilimenti: 5 anni per Lucio Pisani, 4 per Angelo Sebastiani, Luciano Fedato, Sauro Gaiba, Gaetano Fabbri, Federico Zerbo, Giovanni Parillo, Domenico Palmieri, Antonio Belloni, Carlo Gritti Bottacco e Luigi Patron, 3 anni per Franco Smai e Dino Marzollo. Le parti civili chiederanno, nelle prossime udienze, risarcimenti miliardari. Solo per i danni all'ambiente la stima è stratosferica: da 40 a 80mila miliardi.

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La Repubblica, 21-06-2001

"Danni per 71.000 miliardi"

Porto Marghera, lo Stato chiede maxi risarcimento

Venezia, il processo al Petrolchimico. "Distrutto l'ambiente, aria ed acqua avvelenate"

di Roberto Bianchin

VENEZIA - È un conto salatissimo, da capogiro, quello presentato ieri dallo Stato al maxi processo alla chimica italiana in corso da più di tre anni a Mestre, e che andrà a sentenza per Natale. Per i danni arrecati all'ambiente negli ultimi trent'anni dalle industrie chimiche di Porto Marghera, che oltre agli operai (157 morti di tumore e 103 ammalati) hanno avvelenato l'aria e l'acqua della laguna, e imbottito di diossina i pesci e le vongole, l'avvocato dello Stato Giampaolo Schiesaro, parte civile per conto del Presidente del Consiglio e del Ministero dell'ambiente, ha chiesto a Montedison, Enimont ed Enichem un mega risarcimento di 71mila e 551 miliardi.
Una cifra «esorbitante» per una richiesta «assolutamente infondata», secondo Montedison, che ammonta al bilancio «di uno Stato di media grandezza», e che, se venisse accolta dal tribunale, farebbe saltare in aria i bilanci delle aziende mettendole in ginocchio e costringendole, praticamente, al fallimento. Basta pensare che il bilancio dell'intero gruppo Montedison nel mondo è inferiore di un terzo (28mila miliardi di ricavi l'anno scorso), mentre quello dell'Enichem fa segnare una perdita di un centinaio di miliardi.
Non solo. A questa cifra si devono aggiungere i 211 miliardi chiesti complessivamente da enti pubblici e associazioni che si sono costituiti parte civile, tra cui la Regione, il Comune, la Provincia, Green Peace, Legambiente, Italia Nostra, Wwf, Inail, Medicina Democratica, Cgil, Cisl, Uil, e i risarcimenti alle famiglie degli operai colpiti, ancora da quantificare, che non hanno accettato le offerte delle aziende chimiche che hanno già sborsato 70 miliardi prima del processo. Una «megamulta» che fa più paura alle aziende delle stesse richieste di condanna avanzate dal pubblico ministero Felice Casson, che aveva conteggiato 185 anni di carcere per 28 dirigenti di Montedison, Enimont ed Enichem accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni, strage e disastro ambientale. Il pm aveva chiesto pene dai 3 ai 12 anni: la più alta per l'ex presidente Montedison Eugenio Cefis.
Intanto, con vent'anni di ritardo, le morti per amianto alla Breda di Sesto San Giovanni chiederanno giustizia in un'aula di tribunale. Il giudice Silvana Petromer ha disposto ieri il processo, che si aprirà il 14 novembre con le accuse di omicidio colposo e lesioni personali gravissime, contro gli ex presidenti Umberto Marino e Vitantonio Scirone. L'inchiesta, condotta dalla procura di Milano, riguarda i decessi avvenuti dentro la fonderia fino alla metà degli anni ‘80. Sei le morti da amianto accertate, ma i promotori dell'inchiesta citano almeno 30 casi.
Secondo il legale dello Stato la punizione dei reati ambientali è prevista dalla legge costitutiva del ministero dell'Ambiente. Di qui la ragione della richiesta e la necessità del ripristino a Marghera delle condizioni precedenti all'inquinamento, che costituisce «una sanzione penale accessoria a fianco di quella risarcitoria». Quanto al calcolo della cifra chiesta alle aziende chimiche di Marghera come risarcimento, è stata considerata la somma dei guasti causati alla falda sotterranea delle acque «che la legge considera come fonte di acqua potabile», nonché alle acque di superficie, ai sedimenti e alla fauna lagunare. A questo si aggiungono i costi per gli studi e gli interventi di bonifica dei siti inquinanti, come per le 17 discariche abusive di rifiuti tossici e nocivi scoperte da Casson, una delle quali si trovava sotto l'eliporto dove atterrava Raul Gardini.
Dalle carte del processo (un milione e mezzo di pagine, 546 parti civili, 130 udienze, 120 avvocati e 99 periti), è uscita una catena di dati allarmanti sull'inquinamento delle aziende del polo chimico, accusate di aver liberato nell'aria tra il ‘70 e il ‘95, 1,6 milioni di tonnellate di sostanze inquinanti. Non solo. Nelle acque della laguna sarebbero state versate 500mila tonnellate di scarichi inquinanti, mentre sarebbero stati buttati nel mare Adriatico 80 milioni di metri cubi di di rifiuti industriali, e 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici sarebbero stati nascosti sotto terra. Tutto questo ha provocato dei danni ambientali, secondo il pm, «gravissimi». Gli esperti hanno calcolato che basta mangiare 7 grammi di un cefalo pescato nella zona industriale di Marghera, dove i pesci sono avvelenati dalla diossina, per mettere a repentaglio la salute.

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La Repubblica, 02-11-2001

La tossicità delle sostanze fu accertata solo nel 1973 e non esistevano in quegli anni norme di protezione ambientale

Ecco i motivi delle assoluzioni

Quella del Petrolchimico è una sentenza destinata a far discutere. In attesa di leggere le motivazioni, ecco in sintesi i motivi delle assoluzioni anticipate dallo stesso tribunale.
Innanzitutto, secondo il collegio, le due sostanze Cvm (clorulo di vinile) e Pvc (polivinile di cloruro) provocano solo alcune limitate forme di tumore (angiosarcoma epatico ed altre forme di epatopatia) e la loro tossicità fu accertata solo nel 1973: quindi per le morti e le malattie anteriori a quel periodo il fatto non costituisce reato, mentre per quelle successive gli imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto in quanto Montedison ed Enichem si adeguarono tempestivamente alle nuove norme. Tanto che, ha riferito il presidente del tribunale Ivano Nelson Salvarani, nessun lavoratore assunto a Porto Marghera dopo il 1967 ha riportato malattie legate al Cvm.
Cade quindi l'ipotesi d'accusa secondo cui le aziende, pur essendo a conoscenza degli effetti nocivi di Cvm e Pvc, non fecero nulla per salvaguardare la salute degli operai.
Quanto al secondo capo di imputazione, dal disastro ecologico all'avvelenamento dell'ittiofauna e delle falde acquifere, il tribunale riconosce l'esistenza dell'inquinamento dei canali industriali ma, sulla base di parametri Oms, ritiene che non costituisca un pericolo reale per la salute pubblica e comunque ne attribuisce l'origine a un periodo in cui non esistevano norme di protezione ambientale, emanate solo tra la metà degli anni Settanta e primi anni Ottanta.

 

In tre anni 150 udienze per far luce su centinaia di morti, casi di cancro e disastri ambientali

Chimica e potere, a Marghera il processo del secolo

Alla sbarra l'intera classe dirigente di Montedison

Dieci giorni di camera di consiglio per decidere del più grande processo sui danni alla salute e alla vita dei lavoratori, all'ambiente perpetrati da uno dei simboli dell'economia italiana degli anni Settanta e Ottanta, gli anni della conversione alla chimica: il Petrolchimico di Porto Marghera. Ventotto persone, i vertici di Enichem, Edison e Montedison, sono state assolte da imputazioni pesantissime come omicidio colposo, strage, disastro ambientale.
Il processo comincia il 13 marzo 1998 nell'aula bunker di Mestre. Subito scatena le reazioni dell'opinione pubblica e delle organizzazioni ambientaliste (Greenpeace si costituisce parte civile). Ma anche preoccupazioni di natura politica visto che sotto accusa c'erano i vertici del più grande colosso chimico del Paese che venivano additati come i responsabili della morte per tumore di 157 persone e 103 casi di cancro.
L'inchiesta aveva preso corpo nel 1994, dopo le denunce dell'ex operaio Gabriele Bortolozzo sulle morti sospette legate al Cvm (cloruro di vinile monomero) la cui cancerogenicità, secondo l'accusa, sarebbe stata nota almeno dall'inizio degli anni Settanta. Da analoghe denunce, e dalle stesse indagini veneziane, sono nate poi recentemente altre inchieste gemelle sui vari stabilimenti petrolchimici italiani (Brindisi e Mantova, per esempio).
Il giudice Felice Casson aveva chiesto condanne per 185 anni di carcere. Se li sarebbero dovuti dividere 28 tra dirigenti ed ex dirigenti. Le aziende avevano proposto di risarcire le famiglie degli operai morti o ammalti con 70 miliardi. Ma il processo è andato avanti. La pena più alta (12 anni di reclusione) era stata chiesta per l'ex presidente dell'Eni e della Montedison Eugenio Cefis, per l'ex amministratore delegato della Montedison e vicepresidente di Montefibre Alberto Grandi (presidente dell'Eni all'inizio degli anni '80) e per il professor Emilio Bartalini, responsabile del servizio sanitario centrale della Montedison dal 1965 al 1979. Il pm aveva invece chiesto 6 anni di reclusione per Lorenzo Necci, presidente dell'Enichem dal 1982 al 1990 e, poi, per soli tre mesi, di Enimont.
Insomma, l'intero establishment di una lunghissima stagione di potere che aveva ridisegnato l'economia italiana a colpi di fusioni e passaggi non sempre limpidi tra gruppi privati e colossi pubblici. Di che cosa erano imputati? Fondamentalmente di non aver tenuto conto della pericolosità del materiale con cui erano in contatto tutti i giorni gli operai del Petrolchimico e lo stato di inquinamento dell'aria che erano costretti a respirare.
Ecco alcuni dati (fonte Greenpeace) sullo stato dell'inquinamento ambientale della zona del Petrolchimico. Negli anni Settanta venivano rilasciate annualmente 242 mila tonnellate di fumi tossici. Attraverso le acque venivano scaricate 22 mila tonnellate annue di composti tossici, molti dei quali cancerogeni, comprese 45 tonnellate di metalli pesanti; 80 milioni di tonnellate di fanghi tossici sono state scaricate prima in laguna e successivamente in Alto Adriatico; 4.000 tonnellate di scarti di produzione dell'acido fluoridrico e fosforico venivano scaricate quotidianamente in laguna fino alla fine del 1988.
Nel Petrolchimico solo negli ultimi dieci anni si sono contati 113 incidenti. Nel 1988, al principale scarico del Petrolchimico SM15 sono state scaricati rifiuti tossici in grado di contaminare da soli oltre 260 tonnellate di fondali lagunari. Fino a tre anni fa, nell'area del Petrolchimico sono stati censiti 1.498 camini da cui vengono immesse annualmente in aria 53 mila tonnellate di 120 diverse sostanze tossiche e nocive. Infine sono state localizzate 120 discariche abusive di rifiuti tossici nocivi per complessivi 5 milioni di metri cubi.
Ora occorrerà attendere il deposito della sentenza per conoscere i motivi della decisione del tribunale che probabilmente è incentrata sul fatto di non essere riusciti a stabilire un nesso di causa effetto tra le azioni di chi gestiva il Petrolchimico e i danni sui lavoratori. Impresa non facile, come testimoniano i numeri del dibattimento: 546 le parti lese, oltre 200 testimoni, un centinaio di periti intervenuti, circa 100 avvocati, 1.500 faldoni giudiziari per un totale di un milione e mezzo di pagine di verbali d'udienza, 150 udienze.

 

Violente proteste nell'aula bunker di Mestre alla lettura della sentenza che scagiona i vertici Montedison

Processo per il Petrolchimico: tutti assolti i 28 imputati

Presenti parenti delle 157 vittime e i centri sociali Bettin in lacrime. Casarini: "Non c'è giustizia"

Sono tutti assolti i 28 imputati nel maxi-processo per il Petrolchimico di Porto Marghera. Dopo dieci giorni di camera di consiglio nell'aula bunker di Mestre è stata letta questo pomeriggio la sentenza: tutti assolti, a vario titolo, ma tutti assolti gli imputati, accusati di strage, omicidio e lesioni plurime per aver causato 157 morti per tumore tra gli operai del Petrolchimico, e disastro colposo per aver inquinato con gli scarichi aria, suolo, sottosuolo e acque lagunari.
Sconcertata la reazione dei presenti nel corso della lettura. Nei cinque minuti che sono serviti al presidente del tribunale, Ivano Nelson Salvarani, per leggere le decisioni dei giudici, nell'aula bunker si è scatenato il finimondo: familiari e dipendenti del Petrolchimico hanno iniziato a urlare "vergogna, vergogna"; il prosindaco di Venezia, Gianfranco Bettin, è scoppiato in lacrime; i giovani dei centri sociali, capeggiati da Luca Casarini, si sono uniti alla protesta spintonando e additando giudici e imputati al grido di "assassini". Casarini ha urlato: "Oggi è stata scritta una pagina infame di una giustizia che non c'è".
In aula hanno pianto commossi anche i difensori degli imputati. Per tutti ha parlato l'avvocato Pierfranco Pasini. "Il problema del processo - ha detto - non era stabilire di cosa questi operai siano morti, ma di capire se gli imputati sono responsabili. Il tribunale ha detto che non lo sono, e lo ha fatto con grande coraggio".
Gli imputati del processo, iniziato il 13 marzo 1998, erano accusati di strage, omicidio e lesioni plurime, tutte a titolo colposo - per aver causato morti da tumore (157 le vittime) e malattie (103) tra gli operai addetti alle lavorazioni di Cvm e Pvc - e disastro colposo, per aver inquinato con gli scarichi aria, suolo, sottosuolo e acque lagunari, avvelenando anche pesci e molluschi.
Nel lungo elenco figurano nomi eccellenti: dagli ex presidenti Montedison Eugenio Cefis e Giuseppe Medici, agli ex amministratori delegati di Montedison Alberto Grandi e Giorgio Porta, quest'ultimo chiamato in causa anche come presidente Enichem ed Enimont, fino all'ex presidente di Enichem ed Enimont Lorenzo Necci.
"La sentenza si commenta da sola, non voglio aggiungere altro e non commento", ha dichiarato il pm Felice Casson, che nel corso del processo aveva chiesto 185 anni di carcere per i 28 imputati. Casson è uscito rapidamente dal Tribunale ed è stato accolto in strada dagli applausi dei manifestanti.
Ma la tensione fuori e dentro l'aula era così forte che e le reazioni così dure che il presidente del tribunale Ivano Nelson Salvarani ha spiegato ai cronisti per sommi capi le motivazioni delle assoluzioni che saranno depositate tra 90 giorni. "Il processo - ha detto - ha consentito di accertare che tutte le malattie causate dal Cvm sono riconducibili alle molto elevate esposizioni risalenti agli anni '50 e '60 e dei primi anni '70, quando se ne ignorava la tossicità che fu evidenziata dalla comunità scientifica solo nel 1973".
Pur specificando che "non si spiegano le sentenze appena emesse", Salvarani, vista l'attenzione su questa vicenda, ha sottolineato: "Solo una parte delle malattie possono dirsi causate dall'esposizione a cvm".
"Successivamente al 1973 - ha proseguito Salvarani - per prima Montedison e poi Enichem realizzarono tempestivamente gli interventi sugli impianti necessari a ridurre l'esposizione dei lavoratori a livelli compatibili con quelle norme di protezione che il legislatore solo allora emanò".
Per quanto riguarda il capo d'accusa relativo ai reati ambientali, Salvarani ha sottolineato che "il processo ha consentito di accertare che lo stato di inquinamento dei canali industriali, pur sussistente, è tuttavia risalente a epoche in cui non esistevano norme di protezione ambientale".
Intanto arrivano le reazioni anche dal mondo politico. Inferociti Verdi e Rifondazione. Pecoraro Scanio parla di "sentenza choc", Grazia Francescato di "licenza di uccidere", l'ex ministro dell'Ambiente Edo Ronchi si dice "scandalizzato", Fausto Bertinotti annuncia che "ingiustizia è fatta".
Fuori dal coro il veneziano Gianni De Michelis: "Pensare di risolvere il grande tema dell'equilibrio tra progresso, economia e salute ricorrendo a strumenti giuridici e addirittura penali è profondamente sbagliato".

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La Repubblica, 03-11-2001

Bettin annuncia che il Comune di Venezia richiederà il processo d'appello

Marghera, proteste e ricorsi dopo la sentenza choc

Contro le assoluzioni di tutti gli imputati mobilitati anche i centri sociali. Casarini: "Manifesteremo in piazza"

Non si è ancora sopito il clamore per la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, al processo al Petrolchimico di Porto Marghera. E intanto la "macchina" delle parti civili, delle associazioni ambientaliste e dei centri sociali si è già messa in moto. Mentre il prosindaco di Mestre, Gianfranco Bettin, fa sapere che il Comune di Venezia ricorrerà sicuramente in appello.
Per la settimana prossima, inoltre, sarà convocata una riunione a Mestre per valutare alcune iniziative di mobilitazione: una da fare entro le prossime settimane, l'altra, più articolata, per la primavera prossima. "Troviamo - dice Bettin - nuova forza dalla rabbia legata agli esiti del processo: l'idea è quella di convocare nei prossimi mesi una sorta di tribunale Russell internazionale per fare un 'controprocesso' al Petrolchimico. Dal dibattito di questi anni sono già uscite delle responsabilità morali e storiche, e mi sembra che anche nell'anticipo della motivazione data ieri pomeriggio dal collegio giudicante, dopo la lettura della sentenza sia, sottointesa questa valutazione".
"Sul piano generale - prosegue Bettin - si potrebbe dire che c'è la colpa storica, c'è la vittima, ma non ci sono responsabilità. Noi, poi, non dobbiamo permettere che l'enorme materiale raccolto in questi anni nel processo venga sotterrato da questa sentenza". Il prosindaco di Mestre ricorda che oggi i Verdi deporranno come "segno di ringraziamento" dei fiori sulla tomba di Gabriele Bortolozzo, le cui dichiarazioni a "Medicina democratica" furono cruciali nelle fasi iniziali dell'inchiesta.
E intanto Beppe Caccia, assessore comunale alle Politiche sociali, annuncia che per lunedì sera è fissata un'assemblea aperta in Municipio a Mestre, "per passare alla controffensiva. Questa vicenda, infatti, non può chiudersi con la sentenza dell'aula bunker". Da parte sua, il leader del movimento non global Luca Casarini sottolinea che sarà "una due giorni di confronto e mobilitazione pubblica. Il primo momento sarà per una riflessione collettiva sulla sentenza e una ripresa dei contenuti della requisitoria del Pm Felice casson che è il più grande studio sugli effetti della produzione chimica in Italia dal dopoguerra ad oggi. Il giorno successivo sarà per una manifestazione per ridare anche parola agli operai del Petrolchimico".

 

Venezia ha sempre guardato con sospetto oltre il ponte

Adesso, grazie anche al processo, si può bonificare. Ma la morte di quegli operai ha cambiato la città dei veleni

Trent'anni di lotte ambientaliste hanno salvato Marghera

di Giorgio Lago

Tutti si aspettavano una condanna ed è arrivata l'assoluzione per tutti: dopo 38 mesi di dibattimento, si fa fatica a colmare questa spropositata distanza tra aspettative e sentenza. Perché, nell'immaginario chimico, il Petrolchimico era il sinistro "Petrolkimiko" del libro di Gianfranco Bettin, scrittore, amministratore e, soprattutto, figlio di Marghera. Lui ha pianto per l'assoluzione degli imputati.
Tutto dipende dal fatto che Marghera rappresenta un simbolo. E, se lo è, inevitabilmente il processo a trent'anni di chimica diventa a sua volta un simbolo, che si carica di passioni civili oltre che di procedura penale. Anche se le sentenze dei Tribunali non sono affatto tenute a fare storia, Marghera l'ha fatta ed è anche una storia da togliere il fiato.
Diceva Bruno Visentini, leader del separatismo tra Venezia e Mestre: "Mestre non può esser trattata come la zona industriale di Venezia, né Venezia come la zona monumentale di Mestre" . Meglio, a detta del professore, amministrarle ciascuna per proprio conto, ponendo anche fine al sogno di Giuseppe Volpi di Misurata, capitalista e uomo di potere come pochi, che inventandosi Porto Marghera nel 1917 aveva creduto di sintetizzare per sempre tutte le Venezie possibili, quella delle pietre e quella della Modernità, quella del cinema e quella della pirite, quella della persistenza e quella della città nuova. Marghera, nata per assicurare la crescita a Venezia, avrebbe fatto crescere attorno a sé Mestre.
Ma perché proprio nel 1917?, si domanda Sergio Romano nella biografia di Volpi. Semplice; perché la prima guerra mondiale coincideva con l'espansione industriale e con una montagna di profitti, tutti da investire. Allora, il capitalismo veneziano esisteva.
La palude infestata dalla malaria diventa Porto Marghera, una sorta di fondaco di terraferma, dove si produce e si trasforma di tutto, dal riso ai cereali dei molini Chiari e Forti. Grandioso è anche l'emporio del sale e dei tabacchi ma soprattutto la trasformazione di materie prime in rive al mare appare "opera di titani". Negli anni Trenta gli investimenti superano il miliardo, beninteso di allora, e la società petrolifera "Nafta" imbarca quaranta vagoni ferroviari al giorno. Per la chimica, ci sarebbe stato a prima portata di mano l'intera agricoltura del Veneto.
Venezia e Marghera, così vicine e così distanti, e più cresce Marghera più Venezia si sente insicura di Marghera. Questa è la storia, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con il capitalismo lombardo e piemontese in prima fila.
Indro Montanelli, che amava Venezia quanto detestava i suoi amministratori, era solito dire negli anni Settanta che il dilemma industriale non era "tra Venezia e Rotterdam, ma tra Venezia e Giacarta". Venezia gli appariva sul punto di diventare un tutt'uno con la sua periferia industriale. "L'ammasso urbano" lo chiamava.
Abituata a deviare fiumi per non interrarsi, civiltà che trasformò in forza persino la sua fragilità fisica, Venezia ha sempre guardato con sospetto oltre il suo ponte. Marghera insidiava Venezia, la sua laguna, le sue sponde, ma Marghera ha finito con il mettere paura soprattutto alla sua gente, ai suoi operai. Questo è stato l'atto d'accusa del processo conclusosi ieri in Tribunale.
E' vero che Marghera c'entra poco o nulla con il modello Nordest, fondato sul capitalismo diffuso, sulla cultura postfordista, sull'impresa familiare. Ma è anche vero che all'intero Nordest Marghera ha offerto ricerca, tecnologia, sapere industriale, quadri dirigenti, perfino imprenditori usciti dalla fabbrica più fordista che il Veneto abbia mai conosciuto. Un capitolo misconosciuto questo.
Non per nulla è stato un processo per così dire operaio anche quello celebrato nell'aula del Tribunale. Erano operai i morti, operai i luoghi sospettati di strage industriale, operai i veri investigatori. Prima ancora che Felice Casson, era stato pubblico ministero di questo processo un lavoratore del Petrolchimico, Gabriele Bortolozzo, raccoglitore tenace di centinaia di casi di cancro, secondo l'accusa contratti a causa del cloruro di vinile monomero.
Tutta una cultura ambientalista è cresciuta attorno al Petrolchimico. E questa cultura ha prodotto nuove sensibilità industriali, inedite precauzioni, notevoli investimenti, soprattutto da parte di Enichem. Un processo lungo, che richiede una bonifica lunga: c'è chi ritiene che certi rifiuti tossici possano restare attivi per 1.600 anni.
La sentenza assolve gli imputati. Capiremo dalla sentenza perché il Tribunale non ha ratificato, a termini di legge, il nesso tra quelle morti e quelle produzioni; il nesso tra responsabilità personali e strage dell'ambiente. Ma fin da adesso, da subito, si capisce che nessuna sentenza - né di assoluzione com'è stato né di condanna - chiude una storia che ci ha aiutato a ragionare, anche tragicamente, sulla qualità del lavoro e della vita, sulla sicurezza, sugli stili di vita, sul profitto, sul rapporto tra sviluppo e società. Tutto questo è stato Marghera, fordista e post, ieri con 50 mila occupati, oggi con meno di un quarto, ma infinitamente più vicina a risolvere il conflitto tra modernità e habitat. Un habitat che il destino ha voluto specialissimo quanto può essere Venezia, da sempre alle prese con lo choc da futuro, un luogo della mente spesso incerto tra la memoria di sé e la curiosità del futuro compatibile con la memoria.
Ivano Nelson Salvarani, presidente del Tribunale, ha detto no alla richiesta di 185 anni di carcere e di 71 mila miliardi di presunti danni ambientali. Era popolarissimo quando inquisì Carlo Bernini e Gianni De Michelis; non lo è affatto dopo questa sentenza, ma Salvarani è giudice che non ama la vetrina, ieri come oggi, e che saprà motivare anche la sentenza forse più scomoda della sua vita. Da uomo di qualità.
A mio parere, le assoluzioni non lasciano tuttavia sconfitti, a cominciare dagli operai che hanno provato a capire sulla propria pelle che cosa può voler dire il lavoro a rischio della vita. La sentenza assolve imputati, suppongo per carenza di convincimento processuale; non fa piazza pulita di una battaglia.
Niente andrà perduto, niente. Se a Marghera non si fa più la "sbronza da Cvm", come la chiamavano gli operai, dipende tutto da questi anni di speranza chimica. Tenere insieme vita e Pil.

 

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La Repubblica, 04-11-2001

Intesa segreta raggiunta solo pochi giorni prima della sentenza che ha assolto tutti gli imputati

Accordo Stato-Montedison, 525 miliardi per Marghera

di Giorgio Cecchetti

In gran segreto pochi giorni prima della sentenza, che ha assolto i vertici della chimica italiana, da una parte la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Ambiente, parti civili al processo sul petrolchimico, dall'altra la Montedison hanno firmato un accordo il quale prevede che l'ex colosso chimico sborsi complessivamente 525 miliardi per risanare almeno alcune zone inquinate di Marghera. Pochi giorni fa, quindi, la Montedison cercava di correre ai ripari in previsione di una dura condanna, almeno da un punto di vista risarcitorio, condanna che poi non è arrivata.
Si tratta di un accordo transativo per lavori di bonifica integrale di nove siti dell'area chimica di Marghera, che è stato chiuso a Roma, e arriva dopo l'altro megarisarcimento, oltre 60 miliardi, pagato all'inizio del processo da Montedison ed Enichem alle famiglie degli operai morti. "Abbiamo portato a casa - ha spiegato ieri l'avvocato dello Stato di Venezia Giampaolo Schiesaro, che durante il processo aveva quantificato in 71.500 miliardi i danni ambientali provocati dalle due aziende - il risarcimento massimo possibile per quanto riguarda la posizione di Montedison. È un risultato straordinario e con Montedison abbiamo chiuso ogni pretesa".
È dunque evidente che, almeno con questa società, l'avvocato dello Stato per conto del ministero dell'Ambiente non dovrebbe presentare appello alla sentenza assolutoria, sollevando sicuramente più di una polemica. L'avvocato Schiesaro ha spiegato poi che i termini dell'accordo prevedono che Montedison si accolli le spese per il risanamento ambientale integrale dei nove siti, tra canali e aree terrestri, che l'accordo sulla chimica dava in carico al magistrato alle acque. "In più - ha aggiunto il legale - ci sarà un versamento di 25 miliardi a titolo di risarcimento per ogni profilo di danno ipotizzabile qualsiasi fosse stato poi l'esito del processo".
Il prosindaco di Mestre Gianfranco Bettin, invece, ha annunciato che il Comune di Venezia ricorrerà sicuramente in appello, mentre per la settimana prossima sarà convocata una riunione per valutare alcune iniziative di mobilitazione. "Troviamo nuova forza - ha sottolineato Bettin - dalla rabbia legata agli esiti del processo e l'idea è quella di convocare nei prossimi mesi una sorta di tribunale Russell internazionale per fare un controprocesso al petrolchimico. Dal dibattito di questi anni - si dice convinto Bettin - sono già uscite delle responsabilità morali e storiche e mi sembra che anche nell'anticipo della motivazione data dal collegio giudicante dopo la lettura della sentenza sia sottintesa questa valutazione. Sul piano generale si potrebbe dire che c'è la colpa storica, c'è la vittima, ma non ci sono responsabilità".
Intanto, l'associazione Gabriele Bortolozzo, intitolata all'operaio di Porto Marghera che ha denunciato per primo le morti per cancro dovute al cloruro di vinile monomero nell'area industriale veneziana, ha reso note le linee d'azione future. "Oltre al ricorso contro la sentenza - ha spiegato l'ingegner Franco Rigosi, uno dei componenti dell'associazione - stiamo accelerando i tempi per fare un libro sul processo, con gli articoli di giornale degli ultimi tre anni, nei quali si nota bene la profonda differenziazione della sentenza rispetto all'andamento del processo".
L'associazione sta inoltre riversando in un sito Internet in via di completamento sia il materiale storico e documentale dell'associazione, sia i documenti più importanti del processo. "Vogliamo inoltre incrementare la battaglia che stiamo facendo contro il rischio Marghera" ha terminato l'esponente dell'associazione.