Rasegna stampa: "Stern " anno 1999

Stern, maggio 1999

MORTE A VENEZIA

di Gerd Schuster

Scandalo ambientale. La laguna è inquinata, l'aria nelle zone industriali è appestata di veleni, e gli operai muoiono di tumore – ma nessuno sembra preoccuparsene. I forti vapori del cloruro di vinile hanno effetto narcotizzante. Ogni divieto di pesca viene semplicemente ignorato dai pescatori. Il numero delle discariche illegali di veleni aumenta intorno a Venezia. Augusto Agnoletto si trova al quarto piano e Dino Corò si avvicina solo con la scala all'ultimo letto del suo amico. Sposta la struttura di alluminio alla parete del cimitero di Oriago, dove le bare sono disposte su cinque piani in celle della grandezza di una cassetta di sicurezza, si ferma e si arrampica in alto per un paio di pioli. Guarda a lungo la fotografia che è fissata alla parete di marmo sopra primule colorate, il lillà di plastica, la luce perpetua tremolante. Nella foto Augusto è giovane, sano e di buon umore. Indossa un abito nero con una camicia bianca e papillon nero. Pochi mesi dopo il matrimonio di suo nipote, in cui venne scattata la foto, Augusto si sentì male improvvisamente nell'autoclave di polimerizzazione in seguito ad un'esalazione velenosa. Fece una pausa – come sempre, quando a causa dei vapori narcotizzanti del cloruro di vinile tutto girava. Ma non si riprese e si dette ammalato. A casa si mise a letto ma il suo stato peggiorò. Cancro al fegato, dissero i medici. Augusto morì il 14 marzo 1973, a 46 anni. Dino Corò comincia il suo pellegrinaggio agli amici morti, soprattutto alla tomba di Augusto. Perché Augusto fu probabilmente la prima vittima in Italia dell'elemento cancerogeno PVC - cloruro di vinile (VC), se non addirittura la prima vittima in tutto il mondo. Per Corò la morte di Augusto Agnoletto fu un cattivo presagio, l'ultimo avvertimento prima della catastrofe ecologica che piombò tra gli operai nelle fabbriche dei complessi Enichem e Montedison nella periferia industriale di Venezia, Porto Marghera e sulla città lagunare. Ma sebbene l'angiosarcoma, che i medici diagnosticarono ad Agnoletto, fosse una forma estremamente rara di tumore al fegato, che viene provocata quasi sempre da veleni, nessuno trasse delle conseguenze. Centinaia di operai continuarono a respirare concentrazioni estremamente alte di cloruro di vinile. E a poco a poco cominciarono negli anni successivi alla morte di Augusto, i grandi decessi degli operai di Porto Marghera che lavoravano il cloruro di vinile. E sono ancora sempre in pieno corso. In base al giro di Dino Corò, dopo Agnoletto tocca a Guerrino Romano, che mori di tumore al fegato a 59 anni, poi al migliore amico di Guerrino, Fiorenzo Fiorin. Per 24 anni lavorarono fianco a fianco tra i vapori velenosi, avevano sempre lo stesso turno, tuttavia Fiorin morì solo 10 anni dopo Romano di tumore da cloruro di vinile. Corò fa visita anche a Giorgio Battaggia e a Gianfranco Zecchinato. Entrambi erano "autoclavisti", sgobbarono nell'autoclave di polimerizzazione, dove c'era la peggior contaminazione. Assieme facevano appena 104 anni. Ogni due mesi Dino Corò fa visita ai suoi amici morti: "Lo faccio perché spero che qualcuno penserà a me quando sarò morto". Corò ha 64 anni. L'ex capoturno è andato in pensione a 55 anni. Per vent'anni ha respirato il cloruro di vinile e soffre di rigonfiamenti cutanei, della sindrome delle mani fredde e di altri danni, conseguenze del cloruro di vinile. Sa che ci vuole molto tempo prima che gli angiosarcomi inizino a divorare il fegato.

"Questa notte ne è morto un altro" dice il sostituto procuratore Felice Casson. Il pallido quarantacinquenne è la pubblica accusa nel processo sul cloruro di vinile, probabilmente il più grosso procedimento del mondo contro i veleni della chimica. Casson è convinto che l'industria sia responsabile della morte di 170 operai e di gravi malattie di ulteriori 334. "E ogni giorno se ne aggiungono di nuovi". Nel Canal Grande, quasi davanti alla finestra della sua piccola stanza di servizio vicino al ponte di Rialto, sono stati trovati valori elevati di diossina – probabilmente rifiuti chimici di Porto Marghera. La vittima, dice Casson, si chiamava Silvio Zaninello ed ha lavorato per 30 anni alla Montedison e all'Enichem. E' arrivato solo a 62 anni, morto per un "classico" angiosarcoma. Allo stadio finale il tumore spesso esplode e l'ammalato muore, dissanguato all'addome. "Zaninello ha messo sul mercato il suo fegato per meno di 2000 marchi al mese (meno di due milioni di lire). Casson è convinto che l'industria "sapeva esattamente" quanto velenoso fosse il cloruro di vinile. Documenti del complesso Montedison del 1978 dimostrarono che i lavoratori sono stati mandati a morire deliberatamente. "I documenti confermano che è più economico pagare premi di assicurazione piuttosto che investire in sicurezza del lavoro e nel riordino tecnico degli impianti". Il sostituto procuratore ha iniziato nel marzo '97 le sue indagini ed ha aperto il procedimento nel marzo '98. Fino ad ora ci sono stati 38 giorni di udienza, ne sono fissati altri 58. Ma Casson non crede che il processo porterà dietro le sbarre i 29 manager accusati. "Pene pesanti sono improbabili" dice. "Ci sarà la condizionale". Casson stesso potrebbe occuparsene "per tutta la vita". Perché egli può temere, di essere occupato con lo scandalo dei veleni fino al suo pensionamento. Le 400.000 pagine di atti processuali potrebbero facilmente diventare milioni. "Vengono continuamente fuori nuove porcherie da Porto Marghera", dice. "Questo è un tale pantano". Fabrizio Fabbri tende il naso per aria ed annusa. Un dolciastro odore pestilenziale si è posato sopra la banchina portuale di Porto Marghera. Siamo arrivati via barca al centro della fabbrica di veleni. Tutt'intorno su 600 ettari vengono prodotti e depositati benzina, diesel, PVC e cloruro di vinile, solventi velenosi di ogni tipo, il vecchio gas da combattimento fosgene, che distruggono l'atmosfera e molte altre cose. Quello che dal groviglio di ciminiere e torri per il cracking, di caldaie arrugginite e labirinti di condutture consunte, stagna maleodorante sopra di noi, ricorda l'odore dei cadaveri. "Sono ammine aromatiche", dice il chimico di Greenpeace, "molte sono cancerogene". L'aria della zona industriale di Venezia spesso è da tagliare con il coltello. Per decenni il puzzo chimico soffiava fino in piazza San Marco. Solo di rado si viene a sapere perché puzza così.

Il complesso dell'Enichem ammise per esempio una volta che le sue fabbriche nel 1992 avevano riversato nell'aria in totale 2136 tonnellate di dicloroetano cancerogeno e 1036 tonnellate di cloruro di vinile. Fabbri è scettico: "Sicuramente solo una parte di verità". Dalla maggior parte delle scarpate si riversano in laguna sostanze colorate. Fabbri spiega che le isole artificiali sulle quali stanno gli impianti industriali, sono state rialzate da fanghi tossici dragati dai fondali lagunari. Qualche tempo fa qualcuno ha rovesciato pezzi di calcestruzzo sulla sponda dell'isola Trezze – cosmetico ambientale: sotto lo strato mimetico la terra tossica viene nuovamente lisciviata. Fabbri è acido: "Qualcosa del genere qui si chiama bonifica." Alla foce ad estuario di un canale in calcestruzzo largo 4 metri il "guerriero dell'arcobaleno" ferma la barca. "Questo è il principale canale di scolo SM15. Nel giugno dello scorso anno fu chiuso dal sostituto procuratore Luca Ramacci. Fu constatato che alcune fabbriche versavano nel canale i loro liquami completamente non depurati. Parecchie fabbriche dovettero sospendere la loro produzione. Migliaia di operai dimostrarono a Mestre contro l'azione del sostituto procuratore. Dopo una settimana Ramacci si piegò alla pressione politica da Roma e riaprì di nuovo il canale. Nel sedimento del terreno alla foce del canale Fabbri trovò delle concentrazioni di mercurio che corrispondevano all'attuale concentrazione nella baia giapponese di Minimata. Lì negli anni Cinquanta si arrivò ad un avvelenamento massiccio, la causa del quale era pesce contaminato da mercurio di metilene, proveniente dal mare inquinato dalle acque di scolo. A circa 300 metri dalla foce del canale Brentelle il conducente della barca toglie il gas. "Di più non mi avvicino". Il canale largo all'incirca 12 metri che serpeggia per parecchi chilometri nella zona industriale e alla fine sputa il suo liquame chimico in laguna sotto un ponte in struttura di acciaio è famigerato per i marinai veneziani. A ragione: secondo Fabbri nel 1990 l'industria stessa, in un campione di sedimento secco tolto dal corso medio del canale raggiunse le 170.000 ppm (parti per milione) di composti di cloro. La fanghiglia depositata sul canale di scolo è composta per più di un sesto da rifiuti velenosi. Fabbri: "Il canale Brentelle è il luogo più gravemente inquinato da prodotti chimici a base di cloro di questo pianeta". In un campione di sedimento, che il capo della campagna di Greenpeace nel 1995 estrasse alla foce del canale, un laboratorio dell'università inglese di Exeter trovò 54.000 ppt (parti per trilione) di diossina. Fabbri: "Questo è il doppio al di sopra dei peggiori valori che siano mai stati misurati nel Reno". Negli ultimi 30 anni l'industria di Porto Marghera ha versato circa 80 milioni di metri cubi di acque di scolo inquinate in laguna" dice Fabbri, "ed ogni giorno si aggiungono migliaia di tonnellate di sostanze altamente velenose. La corrente porta il materiale direttamente verso Venezia". Aggiunge: "A causa del loro inquinamento con grandi quantità di prodotti chimici velenosi e cancerogeni la laguna è tra breve al collasso ecologico. E' tra le acque più inquinate di diossina e furani del mondo". In laguna Greenpeace ha scoperto accanto al mercurio anche elevate concentrazioni di metalli pesanti, piombo, zinco, rame e nichel. Inoltre PCB, DDT, esaclorobenzolo, idrocarburi policiclici aromatici ed un intero strascico di altri veleni.

Molti si arricchiscono nella catena alimentare. Non c'è da meravigliarsi se il bottino dei 1500 pescatori, che nella laguna veneta gettano le reti o scavano alla ricerca di molluschi, è tutt'altro che sano. La quantità di diossina contenuta in un singolo mollusco della laguna supera, secondo Fabbri, dieci volte la dose giornaliera ammessa negli Stati Uniti. A Chioggia, nella parte sud della laguna, le vongole pescate in mare contenevano perfino la diossina particolarmente pericolosa di Seveso 2,3,7,8 TCDD. E già con un'unica vongola nello stomaco si ha all'interno la dose giornaliera di cadmio. I vongolari militanti di Venezia non si preoccupano delle zone di divieto e setacciano con particolare predilezione i canali di scolo industriali. Questo perché nelle zone lagunari vietate ci sono più cozze e vongole che là dove tutti frugano, e del resto i molluschi crescono più in fretta nel liquame caldo. "Ogni notte sono nella parte di laguna vietata e pescano molluschi dai fanghi chimici".

Paolo Rabitti è un buongustaio ma si è disabituato a mangiare molluschi a Venezia. L'esperto di PVC e professore universitario ha scritto un libro sullo scandalo di Marghera ed è perito nel processo di Casson. Ha ricostruito i valori del cloruro di vinile ai quali furono esposti i lavoratori nelle fabbriche Enichem e Montedison. "Fino agli anni Settanta venivano continuamente raggiunti valori di cloruro di vinile fino a 40.000 ppm. Con simili concentrazioni esisteva perfino il pericolo di esplosioni", dice il membro della commissione scientifica del Ministero per l'ambiente italiano. "Verso il 1975 il contenuto di cloruro di vinile nell'aria venne contenuto tra 3000 e 4000 ppm. Si può ancora sentire l'odore dolciastro del monomero". In Germania la massima concentrazione di posti di lavoro (MAC) per cloruro di vinile venne eliminata nel 1974 per i forti effetti cancerogeni della sostanza – ammontava a 50 ppm – e sostituita da una concentrazione tecnica (TRK), una sorta di compromesso per le sostanze velenose non del tutto eliminabili sul posto di lavoro per motivi tecnici. La TRK è di 5 mg di cloruro di vinile per metro cubo d'aria. "Con veleni cangerogeni anche ad una concentrazione minimale non c'è alcuna sicurezza che non ci si ammali", sostiene Felice Casson. "C'è solo un rischio accettabile socialmente". Questo vale per i lavoratori chimici, ma non per i gondolieri, le casalinghe ed i turisti. Molto probabilmente tanti estranei – turisti – hanno respirato senza sospettarlo cloruro di vinile.

"La sostanza è così pericolosa che uccise persino le segretarie negli edifici amministrativi, che l'avevano respirata", dice Dino Corò. Come capoturno, lui era meglio informato della maggior parte degli altri sulle enormi quantità di cloruro di vinile che fuoriuscivano e si spingevano in laguna fino a Venezia. "Fino al 1975 producevamo in uno dei molti impianti della Montedison PVC e cloruro di vinile", racconta. "Della nostra produzione giornaliera di cloruro di vinile, circa 340 tonnellate, ben 40 tonnellate evaporavano e raggiungevano l'atmosfera". Quasi 15.000 tonnellate di veleno cancerogeno all'anno. Ma questo non era tutto: con il riempimento manuale di sacchi da 10 chili di granulato di PVC si dovevano aggiungere, secondo Corò, 500 grammi in più per eliminare le presunte perdite da evaporazione fino alla consegna all'acquirente. "Succedeva spesso che sacchi da 25 chili esplodessero, perché la pressione gassosa del cloruro di vinile era diventata troppo alta". Fabrizio Fabbri: "Simili condizioni di lavoro possono venire chiamate solo omicidio premeditato". La laguna si trasforma sempre più in giaciglio infernale, mangiare un piatto di spaghetti alle vongole è diventato una sorta di roulette russa, gli operai nelle officine del PVC continuano a morire, ed il numero dei depositi di rifiuti velenosi intorno al nucleo di Venezia non diminuisce, ma aumenta – in marzo è stata scoperta la 18° discarica abusiva. Come se non bastasse la città lagunare sprofonda sempre più perché le fabbriche di Porto Marghera hanno estratto troppa acqua dalla sua falda freatica. In un documento del "Consorzio Venezia Nuova" dell'agosto '97 si legge: "La laguna è oggi più salata e più sporca di quanto lo sia mai stata". Ma sembra non preoccupare nessuno. Tutti fanno come se il veleno scomparisse, quando lo si ignora in modo abbastanza ostinato. Sul canale Brentelle si pesca con la lenza a un paio di metri dal luogo di prelevamento del campione di Fabbri in tutta tranquillità nelle acque inquinate.

Nel pittoresco mercato del pesce vicino al ponte di Rialto i molluschi con la scritta "nostrane" trovano rapido smercio e sul ponte tra Venezia e Mestre i pescatori in mezzo alla zona di divieto di pesca e’ solo ad un paio di metri dal posto dove un deposito assolutamente incustodito di sali fosfati radioattivi si muove in laguna, hanno montato dozzine di nasse. I piani ambiziosi del ministro Edo Ronchi, che nel 1996 voleva risanare la laguna, si stanno riempiendo di polvere come tutte le leggi speciali di protezione per Venezia nei cassetti della burocrazia. E sebbene secondo Greenpeace fino ad ora circa 7 milioni di marchi sono stati spesi per la lotta contro l'acqua alta ed il veleno, non è successo nulla. "L'unico effetto è stato che alcune persone sono diventate molto ricche" dice Fabrizio Fabbri. "Non è stato allontanato nemmeno un grammo di veleno". Talvolta l’ambientalista crede che ci sia bisogno di una catastrofe per strappare le autorità dalla loro compiaciuta incompetenza e costringere l'industria, che secondo Paolo Rabitti "usa sempre ancora gli stessi autoclavi di polimerizzazione del 1972, al riordino. La catastrofe è da tempo in ritardo. Giorno per giorno ronzano, in volo a bassa quota, molti aerei che vogliono atterrare all'aeroporto Marco Polo di Venezia, sopra il conglomerato di fabbriche e i suoi serbatoi di gas velenoso. Fabbri: "Qualche tempo fa un piper è sceso a duecento metri da una caldaia con 30 metri cubi di fosgene. "Il gas, nella prima guerra mondiale un temuto agente chimico, serve oggi per la produzione di plastica. Fabbri. "Con 30 metri cubi si sarebbe potuto cancellare completamente Venezia". In caso di un incidente con il fosgene, secondo il chimico di Greenpeace, una zona con un raggio di 8 chilometri deve venire evacuata più velocemente possibile, perché "nel raggio di 4 chilometri il fosgene è assolutamente mortale". Piazza San Marco dista da Porto Marghera poco più di 4 chilometri.