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L'INIZIO

Nel novembre del 1996 viene depositata dal pm Casson una richiesta di rinvio a giudizio della quale colpisce una lista infinita di nomi, le persone offese. Il 14 novembre 1997, a due anni di distanza, la decisione di rinvio a giudizio del gip Termini segna una tappa determinante di una lotta per il rispetto dei più fondamentali diritti umani: la salute e la vita. Questo caso giudiziario, che coinvolge centinaia di persone, la più importante industria chimica italiana e i migliori avvocati del paese è nata dal lavoro meticoloso di un uomo onesto e testardo. Gabriele Bortolozzo, dipendente Montedison per trent’anni, nell’estate del 1994 presenta un esposto al pubblico ministero Casson denunciando i gravissimi danni alla salute causati dalla lavorazione del cvm nell’industria chimica.Le indagini condotte dal pm risultano in quasi cinquecentomila pagine di documenti e nella richiesta di rinvio a giudizio per 27 dirigenti Montedison, EniMont ed Enichem con le accuse di strage, disastro colposo, lesioni colpose, omissione di cautele. Lo scenario è agghiacciante. I dirigenti vengono imputati di essere stati a conoscenza della cancerogenicità del cvm e, nonostante ciò, di non aver provveduto ad allontanare gli operai da un pericolo che, per molti, si sarebbe dimostrato letale. L’azienda, inoltre, non solo non avrebbe provveduto a risanare gli impianti, ma avrebbe addirittura contraffatto i sistemi di controllo. Anche la laguna di Venezia, prezioso ecosistema, è rimasta vittima dei veleni Montedison. I crimini ambientali dei quali il polo chimico deve rispondere sono: avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, abbandono di rifiuti industriali tossici e nocivi, realizzazione e gestione di discariche, omissione delle attività di disinquinamento. Il 3 marzo 1997 l’udienza preliminare, presieduta dal gip Termini, inizia in un clima di grande emozione. L’aula è piena di ex lavoratori del Petrolchimico e di familiari di operai deceduti. La giornata si apre con un macabro appello, al quale rispondono ex operai colpiti da patologie da esposizione a cvm e, in processione, mogli, figli e figlie, a rappresentare mariti e padri ai quali è stata rubata la vita. Assieme a loro, chiedono la costituzione di parte civile anche enti pubblici ed organizzazioni: comune, provincia, regione, WWF, Geenpeace, Medicina Democratica, Lega Ambiente, associazioni sindacali. Assenti tutti gli indagati.Durante le fasi di un’udienza preliminare che dura nove mesi, si susseguono una valanga di esclusioni degli avvocati difensori e le risposte degli avvocati dell’accusa. I primi ritengono che enti ed associazioni non abbiano legittimità a costituirsi parte civile e contestano il nesso di causalità tra l’operato dei propri clienti e i danni alla salute dei lavoratori. Per ogni singolo operaio viene presentato un cavilloso e prolisso elenco di date di assunzione, cambiamenti di mansione, collocamento in cassa integrazione, pensionamento, allo scopo di dimostrare che il dirigente in questione non aveva potere decisionale sullo specifico lavoratore nel periodo in cui quest’ultimo era esposto a cvm. Gli avvocati dell’accusa rispondono alle esclusioni citando le perizie, le moltissime prove, le drammatiche testimonianze. Enti ed associazioni sono legittimati a costituirsi parte civile in quanto, per statuto, rappresentano interessi collettivi, nella difesa dei quali sono quotidianamente impegnati. Un’udienza preliminare ha lo scopo di verificare che sussistano prove sufficienti per l’avvio di un processo il quale, a sua volta, avrebbe eventualmente il compito di verificare date e nessi di causalità dei casi specifici. Tutte le costituzioni di parte civile, sia di ex operai e familiari che di enti ed associazioni, vengono accolte. L’udienza preliminare si conclude il 14 novembre, con la lettura del decreto di rinvio a giudizio. Il gip Termini denuncia inoltre che anche la collettività è vittima dell’inquinamento causato dall’emissione di cvm e dalle scorie prodotte.

Il processo inizia il 13 marzo 1998.

Per il colosso della chimica è già una sonora sconfitta.

LA MONETIZZAZIONE

Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo.
Il giorno prima della sentenza avvenne un altro fatto curioso: la Montedison patteggiò con l’avvocato dello stato un esborso di 525 miliardi di lire per indennizzo dei danni ambientali prodotti venendo esclusa dalla sentenza. Fu una scommessa, viste le richieste di danni ambientali di migliaia di miliardi dell’accusa la Montedison sperava così di risparmiare, non sapendo che invece il giorno dopo le imprese furono tutte assolte . Su questi miliardi è nata una polemica perché non si sa bene se a 4 anni di distanza siano stati versati al Ministero dell’ambiente e come siano stati spesi.
A Marghera la Regione ha approvato il master plan per le bonifiche della aree altamente inquinate ma non si trovano i fondi per fare i lavori perché chi ha inquinato non paga, le aziende infatti sono state assolte per questa voce del processo e hanno cambiato nome decine di volte negli ultimi decenni per cui i responsabili sono irrintracciabili . Così si cercano fondi pubblici per risanare le aree e per eseguire i lavori si presentano società costituite da raggruppamenti di grandi industrie chimiche che sono le stese che hanno inquinato; il cerchio si chiude: chi ha inquinato guadagna anche sul disinquinamento.